Fabrizio Nava ci insegna come con la scrittura è possibile redimersi dal passato

Uno scrittore esordiente ma che ha il talento di un autore maturo. Tre libri sul senso della vita e su un iter di redenzione. La scrittura come tema principale e come percorso esistenziale. Fabrizio Nava ci insegna come fare pace col nostro passato e, con il suo ultimo lavoro, Io scrivo, ci incita a vivere a posto con la coscienza, donandoci persino una seconda possibilità.

Io scrivo è il suo terzo libro, quindi, ha già intrapreso la strada dello scrittore. Secondo lei una persona che scrive che messaggio vuole mandare alla gente? Perché vuole che gli altri la leggano?

Chi scrive lo fa per i motivi più disparati, e non necessariamente per comunicare un messaggio.

Per un bisogno interiore, puro divertimento, fuga dalla realtà, per raccontare una storia, insegnare, diffondere idee, guadagnare (personalmente non ho ancora capito come…). Oppure, banalmente, perché non ha niente di meglio da fare. Fëdor Dostoevskij scriveva per ripagare i debiti di gioco, Howard Phillips Lovecraft per sopravvivere agli incubi che lo tormentavano, George Orwell si scagliava contro il totalitarismo, Charles Dickens denunciava miseria e diseguaglianza, conseguenze dell’industrializzazione selvaggia del suo tempo. Solo per citare alcuni grandi della Letteratura. E poi, da non sottovalutare, c’è il potere catartico della scrittura…

Perché voglio che gli altri mi leggano? Beh, credo di avere qualcosa da dire, e un modo originale per farlo, un mio stile personale. (Se poi qualcuno trovasse delle affinità con altri autori… me lo faccia sapere.) Ma, più semplicemente, vorrei che mi si leggesse perché… è bello leggere! Ringrazio fin d’ora chi vorrà dedicare un po’ del suo tempo a farlo.

Una figura così controversa come lo è il personaggio principale, Akhil, l’ex politico, com’è nata?

Io scrivo è una storia di redenzione. Mi piace pensare che tutti abbiano diritto ad un’altra possibilità. Ma attenzione: le possibilità non piovono dal cielo. Tutti noi siamo chiamati in causa. Quando qualcuno tocca il fondo, occorre che qualcun altro gli tenda la mano e lo aiuti a risalire.

Akhil, schiacciato dai sensi di colpa per gli errori del passato, si trascina da un infimo locale all’altro, con la sola compagnia di una bottiglia di whisky. E Teresa, altro personaggio chiave, lo va a cercare proprio lì. D’altronde, se vogliamo salvare uno che sta annegando, dobbiamo entrare nell’acqua. Dobbiamo sporcarci le mani. Teresa “vede” il male compiuto da Akhil, ma non lo giudica. Distingue il male dalla persona. E gli dà fiducia, lo incoraggia. È grazie a Teresa che Akhil può rinascere.

Bene, la figura di Akhil nasce per questo, per gridare che, comunque sia, c’è sempre un’altra possibilità.

Perché ha affidato a una donna il dono della salvezza?

In effetti, mi è venuto spontaneo, forse perché mi sono ispirato ad un personaggio femminile di Daniel Pennac per dare vita a Teresa. Però ora, riflettendo su questa domanda, mi rendo conto che non sarebbe potuto essere diversamente. Se non altro per come evolve la vicenda…

Ma mi è già successo: anche nel primo romanzo, una donna salva il suo uomo, braccio destro di un boss della malavita, riportandolo sulla retta via.

D’altronde, senza le donne, noi maschietti non potremmo nulla. Spesso e volentieri, è la donna che tiene in piedi la famiglia. Ed è lei che, dall’inizio dei tempi, porta a compimento il dono della vita.

Per chi crede, poi, la Salvezza, quella con la “S” maiuscola, passa attraverso una donna, Maria, che con il suo “sì” ha consentito a Dio di farsi uomo.

Scrivere per capire, scrivere per evadere, scrivere per autoanalizzarsi: questi anche i temi del suo romanzo. Perché secondo lei la scrittura può avere il potere della guarigione o dell’espiazione?

Il già citato potere catartico della scrittura… Un solo esempio. Esistono programmi di sostegno psicologico a persone in lutto, basati sulla comunicazione epistolare. Scrivere aiuta a rendere più sopportabile il dolore, condividendolo, razionalizzandolo per farsi capire dall’altro che legge, trasformandolo in confidenza, in relazione. Piccoli passi verso la cosiddetta rielaborazione del lutto.

Sembra funzionare. Non so per quale motivo, non sono un esperto. Tuttavia, pensando a quanto mi accade quando scrivo, o meglio, quando rileggo ciò che ho scritto, forse un’ipotesi la potrei azzardare. Quando rileggo brani di un mio romanzo, avverto una sensazione di distacco: mi sembra che questo cominci a vivere di vita propria, creatura autonoma che muove i primi passi, fino a diventare sempre più altro da me. E mi domando persino: ma sono davvero io l’autore?

Credo che scrivere equivalga a buttare nero su bianco ciò che hai dentro, farlo uscire, e lasciarlo andare.

Quanto c’è di autobiografico in questo libro?

Diverse cose. Tanto per cominciare, l’origine della mia attività di scrittore. Ho cominciato nel 2002, per una scommessa con me stesso. Da ragazzo mi piaceva disegnare fumetti. Un giorno mi ritrovo tra le mani delle bozze di una storia incompleta da me inventata anni prima, e io, affamato di creatività, e digiuno da tempo, provo a disegnare. Ma, con sommo sconforto, non funziona. Non ottengo l’effetto desiderato… E allora (l’ho buttata lì) perché non scrivere? Via le immagini, solo le parole… La storia ha preso le mosse da quelle bozze, l’ho completata, ed è nato Uno dei due, il mio primo romanzo.

Secondo, rimanendo in tema, le motivazioni del mio scrivere, che emergono qua e là nell’intervista. (Il titolo, Io scrivo, è dovuto senz’altro al fatto che la scrittura è co-protagonista del romanzo, essendo il mezzo attraverso il quale si compie il percorso di redenzione citato prima; ma Io scrivo è innegabilmente anche una sorta di manifesto del mio scrivere.)

C’è poi Edwin, ingegnere, come il sottoscritto, che finisce per dedicarsi all’insegnamento. C’è stato un periodo, verso la fine dell’università, in cui anch’io aspiravo a diventare insegnante.

La figura di Kate, moglie di Edwin trae certamente spunto dalla mia consorte, Roberta. Quando ci sposammo, nel 1996, al suo ingresso in chiesa risuonavano le note di Ma se l’attimo, canzone da lei scritta e a me dedicata. Il testo della canzone, con qualche piccolo aggiustamento, è finito col suo consenso tra le pagine del romanzo.

Per concludere, non sottovaluterei la scena in cui uno dei protagonisti legge… sul water, come è mia abitudine fare, tipicamente per mancanza di tempo. Ma in questo credo di essere in buona compagnia…

 Quali sono i suoi scrittori preferito e i suoi libri?

Mi piacciono i romanzi che, terminata la lettura, mi lasciano qualcosa dentro. In particolare, prediligo quelli in cui la trama diventa un espediente per parlare dell’uomo, delle domande che si pone, del percorso che intraprende alla ricerca delle risposte. Per la mia certamente limitata esperienza, ritengo che Jostein Gaarder si collochi appieno in questa linea. Di lui apprezzo l’abilità nell’intrecciare fantasia e psicologia dei personaggi, la destrezza con la quale è in grado di “maneggiare” la Filosofia (una delle mie materie preferite alle superiori), la convinzione di essere parte di un enigma. Tra i suoi romanzi, prediligo quelli dove meglio ritrovo queste sue caratteristiche: L’enigma del solitario e Il mondo di Sofia.

Un altro libro che mi è rimasto impresso è Via dal nido, di Richard Bach, autore de Il gabbiano Jonathan Livingstone. Un racconto autobiografico ricco di riflessioni inusuali sul passato, concepito come somma di infinite scelte che, istante per istante, costruiscono la nostra vita. Ma soltanto nella misura in cui tali scelte sono veramente libere è possibile volare via dal nido, sia pure rinunciando alle sicurezze. Ed è l’unico modo per realizzare pienamente ciò che siamo.

Infine, ultimamente, da cristiano, sto riscoprendo la bellezza dei Vangeli. Ritengo che, con la giusta traduzione dal greco, la lingua originale, e con l’aiuto di un buon teologo (perché i Vangeli sono teologia, non semplice cronaca), possano risultare illuminanti anche per i seguaci di altre fedi e, perché no, persino per i non credenti.

Il messaggio che i suoi fruitori dovrebbero cogliere, quando la leggono, quale vorrebbe che fosse?

Dicevo prima che Akhil, grazie al sostegno di Teresa, rinasce. Ebbene, lo fa riscoprendo le ragioni del suo essere politico, nel senso più nobile del termine (quello che purtroppo, oggigiorno, abbiamo un po’ perso…). Alla luce di questo, egli comprende che l’unico modo per rinascere consiste nell’aiutare gli altri, nell’uscire, diciamo così, dalla comodità di se stessi, e andare verso chi ha bisogno. Questo potrebbe essere il primo messaggio: meno egoismo e più rispetto, più attenzione, più servizio nei confronti di chi ci sta vicino.

E poi, ma non meno importante, che la vita, comunque sia, vale la pena di essere vissuta. Sempre.

E lei per quale motivo scrive?

Come punto di partenza c’è il bisogno di esprimere la mia creatività. Da lì è iniziato tutto, come ho già raccontato.

Scrivendo, poi, ho scoperto ben presto che mi piace condurre il lettore lungo percorsi imprevedibili, con lo scopo, se non altro, di regalare momenti gradevoli, facendo riscoprire, magari, il piacere della lettura. Ma c’è di più. Scrivo per fissare idee, considerazioni. Per ricordare. E per condividere. Non per convertire il lettore alle mie opinioni, soltanto per offrire spunti di riflessione. È dalla riflessione che prende le mosse il cambiamento, il cambiamento in meglio. E se migliora il singolo, sono convinto, il mondo intero diventa migliore.

Chi è Fabrizio Nava nella quotidianità?

È un uomo di 43 anni, felicemente sposato da 17 con Roberta, papà di 3 ragazze stupende, Claudia, Laura e Mara. Si è laureato in Ingegneria Gestionale nel 1993, e lavora in una società di informatica.

Passando all’“io narrante”, mi piace leggere, ascoltare musica (soprattutto quella “dei miei tempi”, come dicono le figlie), nuotare, fare passeggiate in montagna. E, naturalmente, scrivere. Quando ero più giovane (diciamo “mezza vita fa”), ho praticato del volontariato. Poi la mancanza di tempo non me lo ha più consentito. È un’attività che spero di riprendere, al momento opportuno. Anche se il volontariato più importante, ora come ora, è la testimonianza verso le mie figlie. E devo ammettere, per ritornare alle “donne che salvano”, che ho molto da imparare da mia moglie in questo campo.

Infine, come tanti, cerco di fare la mia parte per tutelare l’ambiente e nel campo della solidarietà. Perché ritengo sia giusto così. E perché sono convinto sia la maniera più semplice, alla portata di tutti, per essere felici.

Ha in cantiere un altro lavoro?

Sì. Il mio quarto romanzo s’intitolerà molto probabilmente Il diario. A differenza dei primi tre, che costituiscono una sorta di trilogia, si tratta di una storia a sé stante, ispirata dalle esperienze e dalle considerazioni frutto del periodo di leva e fissate tra i fogli di un quaderno, una specie di diario, appunto, donatomi il giorno della partenza da Roberta (allora eravamo fidanzati). Attorno alle pagine rinvenute misteriosamente dal protagonista, si svilupperà una vicenda altrettanto misteriosa, che sfocerà in un finale inatteso… Purtroppo, in questo periodo non riesco a dedicare il giusto tempo alla scrittura, dunque non ho idea di quando questo nuovo lavoro vedrà la parola fine. Comunque, vi terrò informati.

Maria Ausilia Gulino

Maria Ausilia Gulino

Teacher – Journalist