Come la penso – Andrea Camilleri

Il racconto di vita di Andrea Camilleri edito da Chiarelettere, Come la penso, inizia con una sequenza emozionale di Adamo ed Eva, rappresentante la nostra memoria biologica e i nostri pensieri, tramandati nel tempo. Mentre la memoria biologica è la nostra realtà, quella umana, i nostri pensieri sono le uniche nostre verità. Essi raccontano sempre le stesse cose e quando non sono d’accordo fra loro vuol dire che qualcosa non va. L’autore individua così come l’adattamento ad ogni situazione generi tante risposte utili alla costruzione di comandi, che s’insediano nel cervello e modificano qualsiasi comportamento, evolvendolo. L’uomo, come abitante della terra, è generatore di cultura, si nutre e si alimenta di essa e, quando vi è carestia, soffre e diventa debole. Come essere pensante, però, si procura gli strumenti per superare questo stato di debolezza e di sofferenza, inventa forme di scrittura, scrive per sé, per gli altri e per le generazioni future. Camilleri dice di scrivere per i suoi nipoti, per dissetarsi, per stemprare la sete di cultura che ormai affoga nella nuova tecnologia, trasformando lo scrittore di oggi, oscurando il suo ascendente e persino il suo potenziale uditorio. Narra le sue vicende di allievo-regista dell’Accademia d’Arte Drammatica, parla dei rapporti con gli insegnanti e i compagni di corso, della tuta marrone che gli altri non volevano indossare e che lui invece portava a spasso per le vie di Roma, in quanto lo faceva sentire più vicino alla classe operaia alla quale era legato ideologicamente; parla della Piazza del Popolo, del bar Luxor dove incontrava tutta l’intellighenzia della città, delle scene girate sul Tevere, dopo essere diventato regista e delle scoperte dei colori di Roma, che cambiavano in funzione dell’umore di chi l’osservava. Non cancella neanche i ricordi giovanili di quel paesino dell’agrigentino, della bottega del barbiere don Nonò, dove si parlava di taglio di capelli, di barba e di peli in genere, dell’ansia dei giovani, generata dal “non spuntar del pelo”, della curiosità di vedere quel piccolo calendario con foto osé che i barbieri regalavano ai clienti, dell’ascolto della musica folk, della chitarra e del mandolino, che si suonava all’interno del salone mentre si aspettava il calar della notte, per portare la serenata all’amata. Sentimenti e desideri tutti stroncati dal sopravvenire della guerra, che i gerarchi fascisti celavano con l’esecuzione di inni patriottici. Al liceo di Agrigento, era il tempo della “magna Infamia”, il preside invitava la statua del filosofo Empedocle a sputare addosso al malcapitato studente che, probabilmente, l’aveva combinata grossa, “Empedocle!” gridava, “Empedocle, sputagli!”, ma Empedocle, intanto che il preside imprecava lo sputo, sembrava dicesse: Non mi conosci bene, caro preside, sconosci la legge di natura che fa scontare agli uomini i propri peccati…ed in quel silenzio tombale, che tutt’attorno si era creato, il preside, incurante, di rimando…sphuffff!! Sputava al ragazzo, sostituendosi ad Empedocle. Quella era la scuola dove Andrea aveva avuto la prima dichiarazione amorosa scrittagli da Giuliana e che egli non aveva potuto leggere per il violento intervento del professore. Pensava anche alla divisa mussoliniana di quell’insegnante che gridava “Scattare!” “Scattare!” e poi la guerra, gli esami sotto le bombe, l’intervento del preside che faceva promossi o bocciati valutando soltanto i voti degli scrutini.

La paura che i bombardamenti potessero distruggere la Valle dei Templi lo fece incontrare con il soldato americano Robet Capa, il quale, a pancia in aria, mitragliava con la sua macchina fotografica sia gli aerei americani che quelli tedeschi. Era luglio del 1943 quando l’artista della guerra immortalò opere di sangue che, a distanza di tempo, generano ancora brividi. Camilleri, prima di invitare i lettori ad un banchetto culturale tutto siciliano, fa un excursus storico sulla sua passione verso il cinema, verso i film italiani del periodo fascista, che per motivi propagandistici soppiantavano quelli americani, verso il jazz, il cabaret, le orchestre, il neorealismo del Dopoguerra, il sessantotto, fino a giungere alla Tv. Una cultura, quindi, della comunicazione in continuo movimento e che ormai aveva rotto ogni legame col passato e necessitava di aggiornamenti urgenti.

…in sei ore esatte, imparai tutto quello che c’era da imparare sulla tecnica della regia televisiva, mercè la scarsa memoria di Baseggio e la pigrizia di Cervi.

Non parla dell’Etna, icona della Sicilia, ma definisce i siciliani come un vulcano in continua eruzione di idee, di propositi e di azioni, parla di Leonardo Sciascia e della sua opera “Il Consiglio d’Egitto”, indica nella triade, composta dal Vicerè duca Caracciolo, dal poeta Giovanni Meli e dall’avv. Di Blasi, gli autori di una forte azione contro gli aristocratici siciliani per ridurre ogni privilegio e cercare di assimilare il diritto pubblico siciliano a quello continentale. Questa azione fu resa vana dalla colossale impostura dell’abate Vella e che costò la vita all’avv. Di Blasi, ma la costituzione siciliana del 1816, i moti successivi e il contributo degli Inglesi prepararono la Sicilia a partecipare ai moti unitari, che sfociarono prima col successo dello sbarco dei mille e dopo col successo del plebiscito del 21 ottobre 1860.

Camilleri, però, non riesce a spiegarsi come dopo l’unità d’Italia, nel settembre 1866, oltre tremila contadini, guidati dagli stessi capi che avevano appoggiato la spedizione garibaldina, avessero assaltato e conquistato Palermo. Forse il desiderio eccessivo di raggiungere l’unità d’Italia fece credere che questa causa potesse piegare le ragioni della fame, della malattia del colera e gli atteggiamenti antipalermitani dei funzionari statali. Fu, invece, una rivolta eterogenea che accomunò, nella miseria, ex garibaldini, reduci dell’esercito borbonico e partigiani repubblicani. Non fu, quindi, un movimento clerico-mafioso, come il Prof. Lucio Villari sostiene, negando la verità.

Il separatismo e l’indipendentismo riaffiorarono dopo l’unità d’Italia?
Camilleri prosegue nella sua analisi storica e giunge alla conclusione che i siciliani, dopo i vari fallimenti dei moti rivoluzionari e i tradimenti risorgimentali, accettando l’annessione al Regno d’Italia, mai avrebbero rinunciato all’autogoverno. L’omaggio che premiò l’annessione era arrivato da Roma solo dopo la seconda guerra mondiale, al culmine di una lotta separatista fratricida. Questa autonomia, però, si rivelò di cattiva gestione al punto che Camilleri sente, ancora oggi, l’esigenza di collocarsi a dovuta distanza dall’attuale classe politica siciliana, definendosi uno scrittore italiano nato in Sicilia.

Nel riproporre le speranze post-risorgimentali tradite si rammarica perché dopo centocinquant’anni il problema della Sicilia rimane tale e quale e che l’Europa non può essere quella che ci consegna la Grecia fallita; augura ai suoi nipoti la costruzione di un’Europa ideale, fatta di fratellanza e solidarietà.

Riaffaccia nei suoi pensieri il separatismo, tema politico siciliano e lo descrive usando strumenti locali, qual è appunto il dialetto della Trinacria, cercando di non fare correre il rischio di manipolare l’autenticità del pensiero e non tradire quindi quelle che furono le vere intenzioni degli interpreti di quel momento storico.

Esamina i personaggi e la struttura dell’organizzazione separatista siciliana, nata con Finocchiaro Aprile, Angelo Tasca e Antonio Canepa, la sottrazione della Sicilia alla sovranità dello stato italiano, l’occupazione militare da parte degli alleati che, in questa circostanza, nominarono molti sindaci di ispirazione indipendentista. Strumentalmente gli agrari erano alleati con i mafiosi, gli indipendentisti usarono i mafiosi per costruire “il braccio militare” e i mafiosi si servirono degli indipendentisti per accedere nello scenario politico dell’isola.

Gli Inglesi non avevano abbandonato la strategia, adottata sin dall’unità d’Italia, nei riguardi dell’isola, mentre gli Americani coltivavano il segreto desiderio di annettere la Sicilia agli USA. Di fatto, il tema dell’indipendenza della Sicilia era all’ordine del giorno negli ambienti degli affari riservati dei comandi militari alleati che, limitando le strategie dei partiti siciliani, prima clandestini, privilegiarono il movimento dei separatisti, degli agrari e dei mafiosi, ognuno dei quali si vantava di essere antifascista. I separatisti iniziarono la campagna di propaganda da Regalbuto, ove perse la vita Sebastiano Milisenna (maggio 44), Segretario della camera del lavoro di Enna. La destra e la sinistra siciliana si prepararono alla controffensiva con i CNL e, dopo l’uccisione di Canepa a Randazzo (giugno 45) da parte di una pattuglia di carabinieri, gran parte dei separatisti prese contatti coi fascisti e con i nazionalisti, aggregandosi nella formazione dell’Uomo Qualunque. Gli agrari, gli aristocratici e i separatisti di Tasca si allearono con la Corona alla quale, nel plebiscito del 2 giugno, fecero confluire più di 1.300.000 voti. Ferruccio Parri, su indicazione del Commissario Aldisio, concesse lo Statuto dell’autonomia per la Sicilia, mentre Finocchiaro Aprile e gran parte dei separatisti finirono confinati nell’Isola di Ponza. Il braccio militare dei separatisti, ormai isolato, finì sotto il dominio di Concetto Gallo e di Salvatore Giuliano, si macchiò di infamia e consumò miseramente la sua breve storia con la strage di Portella della Ginestra.

Camilleri ci riconsegna un personaggio storico del separatismo: Antonio Canepa, personaggio affascinante, misterioso, antifascista, fascista camuffato, ancora antifascista, partigiano, forse al servizio del SOE (servizio segreto inglese), fondatore e comandante dell’EVIS, ruoli ampiamente documentati tranne il movente che portò alla sua uccisione. La stessa testimonianza dei presenti all’imboscata, piena di profonde contraddizioni, di versioni viziate e manipolate, portano più lontana la verità. Non a torto, ancora oggi, qualcuno si chiede chi è stato a fare uccidere Antonio Canepa, chi ordinò la strage di Portella della Ginestra e se c’è connessione con le stragi del dopoguerra, con l’assassinio di Aldo Moro e con il compromesso fra stato e mafia dei nostri giorni. Camilleri non fa supporre, per onestà intellettuale, l’intenzione di affidare la soluzione della vicenda sull’uccisione del Prof. Canepa al commissario Montalbano, per ridare al personaggio un ruolo nuovo ed una funzione di grande attualità. Egli fa una brillante analisi cosmica sulla produzione letteraria di gialli nel mondo, non solo come narrativa, ma, scavando in questo tipo di racconti, scopre come gli autori biforchino passando dalla trama alla creazione di luoghi, non riscontrabili nelle cartine geografiche. Il lettore coltiva comunque la speranza che si riesca a riesumare la motivazione del delitto Canepa, visto che il suo cadavere, con certezza, giace fra i personaggi illustri della Sicilia nel cimitero di Catania.

Egli crede al valore della cultura come “resistenza”, finalizzata ad impedire dei danni al sapere e all’autenticità della storia, per fare trionfare la verità che, nella contingenza, diventa rivoluzionaria. Il prevalere, in lui, di una cultura umanista immensa ci regala un rapporto intenso con un altro grande della cultura siciliana, Leonardo Sciascia, con il tentativo di unificare la cultura umanista con quella scientifica di Werner Karl Heisenberg, come nei tempi antichi. Esprime le sue idee sulla giustizia, scruta i pensieri di chi l’attua e di chi l’auspica, parla del suo dialogo con il magistrato Caponnetto, partecipa alla costruzione di valori ideali per comprendere le virtù e i vizi della società, fa il distinguo del fare giustizia e del vivere l’ingiustizia, una critica serena cosciente verso quelle menti che incasellano tutto, non solo la cultura, ma uomini e cose. In un momento particolare della cultura italiana, rappresentata da Luigi Pirandello e dalle sue opere, dalle recensioni di Antonio Gramsci sul giornale l’Avanti, che mettono sotto torchio le commedie pirandelliane, Camilleri entra osservando tutto, autori, attori, critici, opere e spettatori, scendendo persino nei particolari di un lapsus rivelatore, formato dalla mancata sostituzione del termine “coscienza critica”, con quello di “coscienza infelice”, scelta volutamente fatta da Antonio Gramsci ed è facile intuirne il perché.

Entra nei meandri della politica odierna denunciando l’immoralità di Berlusconi relativa alla gestione della cosa pubblica e, accorgendosi che tale immoralità si ritrova in maniera collettiva (berlusconismo) nella popolazione, rimane sorpreso, non lo dice ma lo pensa. Se la politica è in profonda crisi e in contraddizione, qualche frattura è, sicuramente, avvenuta nel linguaggio, perché è il linguaggio che fa l’uomo politico. Avverte Camilleri che la mancanza di chiarezza nelle comunicazioni, con l’utilizzo di vocaboli non appartenenti alla nostra madre lingua, potrebbe mettere in discussione le regole esistenti, perché frazionate in un numero incredibile di lingue diverse, fra cui il dialetto siciliano, inframmezzato dallo stesso Camilleri, da ammirare e giustificare perché esso è l’icona di un cordone ombelicale che lo lega alla terra d’origine. Questo rimescolamento di vocaboli di origine diversa potrebbe portarci alla torre di babele, specie nel momento in cui i rappresentanti italiani ostacolano l’espandersi della nostra lingua. Pensate, dice Camilleri, che nella comunità europea è stata approvata l’obbligatorietà di tradurre gli interventi in Inglese, Francese e Tedesco e non in Italiano, senza che i rappresentanti dell’Italia muovessero ciglio…forse perché il traduttore in lingua italiana in quel momento era assente?

È necessario, prosegue Camilleri, tener conto di ciò che accomuna i dialoganti, tenere in considerazione l’empatia e che cosa caratterizza il linguaggio interpersonale, per questo riproduce il primo atto della scena ottava del Il Piacere dell’onestà, di Luigi Pirandello:

Baldovino: Le chiedo, prima di tutto, una grazia.
Fabio: Dica, dica…
Baldovino: Signor marchese, che mi parli aperto.
Fabio: Ah, si, si… Non chiedo di meglio.
Baldovino: Grazie. Lei forse però non intende questa espressione
“Aperto” come la intendo io.
Fabio: Ma non so… aperto… con tutta franchezza, ecco. Fa
cenno di no? E come allora?
Baldovino: Non basta. Ecco, vede, signor marchese, inevitabilmente
noi ci costruiamo. Mi spiego. Io entro qua e divento
subito, di fronte a lei, non quello che sono ma quello che devo
essere, che posso essere, mi costruisco, cioè, mi presento in
una forma adatta alla relazione che debbo contrarre con lei.
E lo stesso fa di se anche lei che mi riceve.

Camilleri magistralmente riafferma che il verbum, la parola per eccellenza, determina il modo di essere del soggetto, l’azione, il tempo e lo spazio, quel “fu” e quel “sarà” che indicano il guardare all’indietro o in avanti, mediato dal nostro essere nel presente, lasciando però al tempo psicologico una proprietà elastica, che si dilata o si restringe in funzione dell’intensità dei sentimenti. Esce dal dilemma dei due tempi, quello prima e dopo l’anno zero, interpretandoli con l’uso della chiave della cultura umanista o scientifica, entrambi rappresentanti il nostro fardello di vita che ci permette di accelerare o diminuire il cammino verso il traguardo del nostro percorso terreno. Entra anche nell’interpretazione del linguaggio dei soggetti volti alla criminalità e alla gestione di essa, come quella dei mafiosi che usano vari metodi: “prima si spara e poi si discute” o “prima si discute e poi si spara”, assolvendo tali compiti con una finta religiosità, alla quale solo pochi preti prestano orecchio. La criminalità di oggi ha sperimentato il pentitismo, rivolto allo Stato anziché ai preti, che oltre a perdonare scende anche a compromesso, ma che volete, la criminalità è produttiva, come lo è oggi non lo è stata mai, sono molti i beneficiari: poliziotti, criminologi, avvocati, giudici, consulenti ecc., l’elenco sarebbe ancora lungo. Le componenti tematiche della politica di oggi sono cariche di ambiguità, Camilleri, quindi, sente la necessità di ricordare il primo viaggio di Platone a Siracusa, quando operò il tentativo di attuare il progetto che il re, per esercitare la funzione, doveva essere anche filosofo. Diogene il vecchio ospitò Platone nelle latomìe, una delle quali, chiamata “orecchio di Dionisio” da Caravaggio, oggi è un luogo da considerarsi alla stessa stregua di un ambito territoriale, monitorato da intercettazioni telefoniche, per scrutare gli altri.
Diogene il vecchio disse a Platone:

Rispondimi sinceramente, Platone. Io oggi rappresento
tutto il male per i cittadini di Siracusa?
Si, se me lo chiedi.
E tu invece il possibile bene?
Si. rispose Platone
[…]Diogene: Non e meglio per tutti se le cose restano come
sono, io tiranno e tu filosofo?

Camilleri, così, dopo avere scavato nelle profondità della storia, preferisce tornare in superficie per consegnare il pensiero più affettuoso ai politici nostrani di Porto Empedocle, scritto tutto in dialetto siciliano, ricco di quel phatos derivante da una carica emotiva, che solo in certi personaggi “originali” si riesce a trovare, anche se diversi dai contadini di Fontamara, di Ignazio Silone e della loro vana lotta per l’acqua di un ruscello. I personaggi di Camilleri cercano l’autonomia della Sicilia e chiedono un sostegno morale, nel giorno di Pasqua, alla figura del Cristo, al quale i democristiani, i separatisti e i mafiosi avevano tolto la bandiera rossa prima di salire in cielo, per evitare che il colore della bandiera potesse influenzare il voto delle elezioni regionali siciliane del 1947. Rimase, così, senza bandiera, il pugno chiuso del Cristo, interpretato dal popolo della sinistra, presente in chiesa, come segno di una fraterna appartenenza al loro credo politico. Immediatamente venne intonato l’inno dell’internazionale dei lavoratori, fra il fuggi fuggi di tutti gli avversari politici e la costernazione dell’incredulo e onesto prete. Leggere, dunque, come la pensa Camilleri, significa pescare nei suoi ragionamenti, cogliendo la freschezza del suo pensiero, testimonianza di un grande narratore originale e con idee innovative. Insomma, leggendo Come la penso si sente il clic di una serratura che apre la porta a tanti pensieri tenuti nascosti nei meandri del cervello, proprio di quell’italiano che pensa in siciliano.

Come la penso
Andrea Camilleri
Chiarelettere, 2013
Pagine 340
Prezzo di copertina € 13,90