Il poeta dei diritti umanitari: Roberto Malini

Conosciamo Roberto Malini come poeta e scrittore ma soprattutto per la dedizione ai diritti umanitari e in difesa del popolo Rom. Scrittore di numerosi libri poetici, tradotto in tutto il mondo, ha esordito quest’anno pubblicando il primo libro del 2014 in tutti i paesi dal titolo Il giardino dei poeti quantici. Lo abbiamo conosciuto, e ci ha parlato, con estrema umanità e sentimenti positivi, come sono nati la passione per la scrittura e la dedizione verso i popoli meno fortunati di noi.

La sua vita dedita alla poesia e ai diritti umani, quando è nato questo connubio e in che modo ha preso piede?
La poesia ha da sempre una natura sociale. È nata presso le civiltà più antiche per unire e accogliere gli esseri umani, dare conforto a chi soffre, celebrare il rapporto vitale fra l’umanità e l’ambiente naturale. I popoli mesopotamici, gli egizi e i greci consideravano i poeti alla stregua di sapienti e guide per il genere umano. La poesia di Orfeo ed Esiodo rappresentava, per i nostri progenitori, la via maestra per dare un senso all’umana esistenza e alle ansie dello spirito. Fin da ragazzino percepivo questo legame che unisce l’arte di scrivere in versi al benessere dell’umanità. Anche i fumetti ne conservavano memoria. Ricordo che Lanterna Verde, un super eroe molto popolare negli anni 1960, recitava un giuramento in versi, quando caricava il suo magico anello e si preparava a combattere le forze del male: «Nel giorno più splendente / nella notte più profonda / nessun malvagio / sfugga alla mia ronda. / Colui che nel male si perde / si guardi dal mio potere, / la luce di Lanterna Verde». Ma la mia “musa” era la nonna, nonna Noemi. Conosceva a memoria poesie e arie d’opera. Sedevo ancora sul seggiolone e non passava giorno che non cantasse brani di musica lirica – soprattutto Verdi – o recitasse per me La cavalla storna o X agosto di Giovanni Pascoli, La spigolatrice di Sapri di Luigi Mercantini, Una partita a scacchi di Giuseppe Giacosa. E D’Annunzio, Carducci, Leopardi. La nonna era un angelo. Amava tutti. Fu lei a parlarmi per prima, quando ero bambino, dei rom – che chiamava “zingari” – e delle loro tradizioni. Degli ebrei e della tragedia che li aveva colpiti durante la Seconda guerra mondiale. Dei profughi, dei senzatetto e persino degli omosessuali: un argomento tabù, in quegli anni. La nonna soffriva molto per le ingiustizie che avvenivano nel mondo. Il suo ricordo vive per sempre in me, felice e doloroso nello stesso tempo, come le belle poesie.

La sua ultima silloge è stata il primo libro del 2014 pubblicato nel mondo: a chi è dedicata e quali temi affronta?
La raccolta Il giardino dei poeti quantici è dedicata a tutti coloro che cercano la verità, senza farsi ingannare dai dogmi della scienza, della religione, della cultura e dell’informazione. L’uso di un linguaggio e la convinzione che esso esprima i codici della ragione sono caratteristiche che distinguono il genere umano dagli altri esseri viventi. È però evidente come il linguaggio umanistico e quello matematico non rappresentino necessariamente la realtà né la verità. Peter Handke ha scritto che la letteratura esiste in quanto tale solo se esprime le invenzioni concepite dall’io dell’autore, mentre Max Planck, uno dei padri della meccanica quantistica, affermò che il lavoro dello scienziato non è quello di possedere la verità, ma di lottare per avvicinarsi ad essa. Il linguaggio non è uno specchio della realtà, ma un foglio bianco su cui scriviamo quello che pensiamo del mondo reale. Le quaranta poesie che formano la raccolta Il giardino dei poeti quantici rappresentano esperienze che vanno oltre le gabbie del linguaggio tradizionale e sollecitano centri della percezione che spesso sono solo latenti nella mente e nell’animo del lettore. La poesia può dire con le parole e il canto cosa siano la luce, l’aria, l’acqua, la terra, il fuoco, ma non può esprimerlo con lo stesso grado di verità che raggiungono invece i sensi umani in contatto diretto con il sole, il vento, una sorgente, un prato, una candela. Se il linguaggio va in cenere come la mitica fenice e poi resuscita, opportunamente nutrito di verità e bellezza, esso può risvegliare facoltà che sono addormentate nella coscienza umana. Facoltà capaci di visioni e sensazioni vere almeno quanto la realtà, capaci di percepire luce, aria, acqua, terra, fuoco. E il loro canto originario.

Si sente più poeta o scrittore?
Mi sento più poeta, proprio perché attribuisco alla scrittura il potere di influire sugli eventi del mondo. Un potere che è contemporaneamente demiurgico e civile, profetico e carismatico. Il mio libro “Dichiarazione” contiene alcune poesie che ho scritto per sollecitare istituzioni e autorità a cambiare le loro decisioni che violavano i diritti umani. Con la poesia Bambini rubati ho ottenuto la restituzione di quattro bambini rom ingiustamente sottratti dalle autorità milanesi ai loro genitori. Opportunamente diffusa attraverso la rete e i media e corredata dalle evidenze dell’abuso istituzionale, la poesia ha cambiato in meglio la storia di una famiglia, evitando separazione e dolore. A volte le mie poesie sono al centro di azioni civili del Gruppo EveryOne, di cui sono leader. Amo scrivere anche in prosa, ma la mia scrittura nasconde sempre un canto che celebra la vita, la solidarietà, l’uguaglianza. Le parole che cercano la verità cantano. Le parole che cercano la verità vivono.

Quali sono i sentimenti di un poeta e quali i bisogni primari che vuole comunicare al suo pubblico?
La comunicazione non deve mai essere sterile. In una società progredita, arte e letteratura aiutano il pensiero collettivo a raggiungere tappe sempre più avanzate, a perfezionare gli ideali di civiltà e di bellezza, a valorizzare innovazione e genio. In una società involuta, in cui esistano gravi ingiustizie e disparità sociali, con violazioni dei diritti umani e imbarbarimento del gusto, la comunicazione deve assumere la funzione di un faro, la cui luce – a volte fulgida, a volte flebile – segnala a tutti la necessità di mutare rotta e riprendere un percorso giusto e civile. Il periodo in cui viviamo non è caratterizzato solo da una crisi economica, ma soprattutto da una grave crisi di civiltà e cultura. Intorno a noi si verificano ogni giorno i più atroci abusi nei confronti delle minoranze vulnerabili. I rom vengono perseguitati ovunque. Migranti e profughi sono allo stremo delle forze, rigettati da una società xenofoba. Le carceri sono piene di emarginati, spesso innocenti, che vivono in condizioni inumane. La comunità omosessuale è priva di diritti civili, a partire da quello basilare di veder riconosciute le proprie unioni. Quali sentimenti può avere un poeta, se non sdegno per le atrocità e sete di giustizia sociale? A causa dei miei scritti a tutela dei rom sono stato minacciato, insultato, sottoposto a tre processi penali (con le solite accuse che i regimi riservano ai difensori dei diritti umani: diffamazione, calunnia, interruzione di pubblico servizio), inserito nelle liste di proscrizione neonaziste, colpito da innumerevoli episodi di censura culturale. Dobbiamo impegnarci per recuperare libertà, civiltà, uguaglianza e bellezza. Questi sono gli obiettivi primari che comunico ai miei lettori e a chi assiste alle mie performance di poesia.

In qualità di poeta, le capita di sentirsi solo? Che tipo di solitudine è la sua?
Victor Hugo ragionò spesso sulla solitudine umana. La riteneva uno stato esistenziale molto importante sia per coltivare il genio, sia per consentire alle anime più semplici di scavare nella propria interiorità e crescere. Emily Dickinson dedicò alla solitudine uno dei suoi canti più belli. In giovane età la poetessa si sentiva inappagata dall’isolamento, che definiva “un pane insufficiente”. In seguito, però, la vita solitaria divenne per lei – che paragonava il proprio desiderio di compagnia alla “fame di un pettirosso” – un nutrimento “sontuoso abbastanza e quasi sufficiente”. Da parte mia, non amo la vita di società, i simposi, le uscite in compagnia, ma passo molto tempo con le poche persone che mi sono care. Quando scrivo, mi ritaglio uno spazio di solitudine e silenzio, necessari alla riflessione. La mia è una solitudine fortemente voluta: una promenade nel giardino riservato ai “poeti quantici”.

I suoi scrittori preferiti chi sono?
Per evitare un lungo elenco, mi limito ad alcuni autori contemporanei. Nella cultura e dunque nella letteratura del XX secolo vi è un buco nero. Lì si trovano le opere degli scrittori e dei poeti sterminati nei campi di morte nazisti: Itzhak Katzenelson, Benjamin Fondane, Peter Hammerschlag, Gertrud Kolmar. Sono autori profondi e straordinari, che dovrebbero avere un posto di primo piano nella letteratura di ogni tempo e nei programmi educativi. Lo stesso discorso vale per gli scrittori adolescenti della Shoah, come Anne Frank e Moshe Ze’ev Flinker, che ci hanno lasciato dei capolavori, anche se non hanno avuto la possibilità di crescere. Amo molto anche alcuni autori sopravvissuti: Abraham Sutzkever, ‪Yehiel De-Nur (noto con lo pseudonimo di Ka-Tzetnik 135633), ‬Friedrich Torberg, la poetessa di etnia rom Bronislawa Wajs, detta Papuska.‪ Paul Celan ha scritto alcune delle poesie più importanti per l’umanità, fra cui la celebre “Fuga di morte”. Tamara Deuel, poetessa ebrea lituana originale e commovente, anche lei sopravvissuta alla Shoah, mi ha fatto dono per alcuni anni della sua amicizia e quando è scomparsa, nel 2006, ha lasciato in me un grande vuoto. Riguardo ai poeti italiani, mi piacciono Dino Campana, Sandro Penna e la mia amica Paola Astuni, poetessa transessuale. Con lei e Dario Bellezza abbiamo dato vita, negli anni 1980, ad alcune performance di grande spessore. Infine, amo molto le poesie di Steed Gamero, Elisa Amadori Brigida e degli altri poeti che pubblico nella collana “Poesia contemporanea” della piccola casa editrice che ho fondato: Lavinia Dickinson Editore.‬

Qual è la sua quotidianità, quando non scrive e quando non partecipa agli eventi umanitari?
Mi piace il mare. Provo una gioia indescrivibile quando ho la possibilità di lasciare la Pianura Padana per recarmi in una località di mare e camminare sulla battigia a piedi nudi, ascoltando le onde e gli uccelli marini. Amo passeggiare in mezzo alla gente, con persone care al mio fianco. Visitare i mercatini dell’antiquariato. Entrare in libreria o in fumetteria con il mio amico poeta Steed Gamero. Andare a mangiare polenta e funghi in un localino caratteristico con il mio amico artista Fabio Patronelli. Andare al cinema con il mio amico regista Dario Picciau. Andare al mare, anche solo per un paio di giorni, con tutti e tre.

Maria Ausilia Gulino

Maria Ausilia Gulino

Teacher – Journalist