Dalle Lettere alla Musica: le svariate attività dello scrittore Giambattista Bergamaschi

Giambattista Bergamaschi, nato a San Benedetto del Tronto nel 1954, insegna Italiano, Storia e Geografia presso scuola media statale, dove è anche Referente per l’Orientamento e svariati progetti concernenti l’Educazione alla Salute. Cura molteplici interessi, dalla narrazione alla ricerca musicologica, dalla didattica della storia alla semiologia, dalla pratica concertistica alla poesia. Suona la chitarra jazz e ha pubblicato due propri CD, Sunny e Spleen.

Come nascono i suoi testi?
Dire che spuntino “per dispetto”, come le margheritine nei prati, non mi sembra troppo lontano dal vero.
Di punto in bianco, come per necessità, riaffiora l’indomabile bisogno di farlo ancora…. per l’ultima volta… come un vizio che non si sa smettere. Da quell’istante, alla bella faccia di ogni più fermo proposito di farla finita per sempre, idee, immagini, invenzioni, strategie sgorgano spontanee: salvo rari casi, nel giro di due o tre settimane, al massimo un mese, l'”atto proibito” si compie, lasciandomi da un lato trionfalmente soddisfatto, dall’altro nostalgicamente svuotato: les jeux sont faits, rien ne va plus
Vi lavorerei sodo e con maggior costanza, se potessi, prima che quello speciale stato d’animo – un’illuminata condizione dello spirito che definirei “stato di poesia” o di “narrazione” – si dissolva. Soltanto da lì può a mio avviso nascere qualcosa di vero e organico, di cui il lettore possa fidarsi, per abbandonarvisi, ciò che ritengo essenziale in quel rapporto di intimo, complice ascolto che è la lettura: atto beneficamente gratuito e “perverso”. In realtà, una simile continuità di scrittura a me non è concessa che a sprazzi, nel corso dei brevi squarci di libertà che, a volte persino trascurando le più fondamentali necessità, cerco di ritagliarmi all’interno delle mie giornate: non sempre, dunque, non quando lo vorrei. Altre incombenze, assai meno appaganti, non essendo io scrittore di professione, ostacolano i miei momenti di grazia o di ottimale concentrazione.

Da cosa trae ispirazione?
Dipende dal tipo di scrittura cui in quel particolare momento mi sto dedicando. Se si tratta (com’è accaduto soprattutto in passato) di musicologia, semiotica, didattica della storia o saggistica letteraria, allora l’ispirazione sorge innanzitutto dalle mie esperienze di studio, dalle nuove letture o ricerche, dal modo in cui vado approfondendo ogni cosa – solitamente assemblando o rileggendo in modo inconsueto il materiale a mia disposizione per scoprirvi nuove prospettive –, dalla concreta esperienza del mondo, infine dagli incontri, più o meno stimolanti sotto il profilo intellettuale, di cui potevo e ancor posso godere andandomene volentieri in giro per l’Italia o altrove. Se invece sono in questione le mie più recenti produzioni, per lo più di carattere lirico o narrativo, allora ne esplicito di volta in volta l’occasione all’interno di ogni singola opera. Ad esempio, ne La tromba di Miles è possibile leggere (in quarta di copertina) quanto segue:

Sull’onda di alcune suggestive composizioni musicali, per lo più tratte dal prestigioso repertorio jazzistico, meravigliosamente riaffiorano dai più nascosti recessi del cuore storie e volti che si credevano definitivamente sopiti.

Tornano così a rivivere, talora con toccante malinconia talaltra su tonalità teneramente romantiche o piacevolmente calde e avvolgenti, persone, emozioni, paesaggi, oggetti e drammi custodi ciascuno di un proprio inconfondibile messaggio: per lo più affettivo, benché mai ne risulti esclusa una buona dose di riflessione discreta su un passato che con tutta evidenza ancora proietta la propria orma nel vivo presente, illuminandolo e spesso conferendogli il gusto pieno del mito.

In tal senso, i quattordici racconti de La tromba di Miles sono frutto di una dosata sintesi di realtà e immaginazione, vicenda documentabile e fantasia non vanesia o delirante, vita concretamente esperita e impalpabile ipotesi di mondi possibili. Il tutto, naturalmente, fatto passare attraverso le esigenti maglie di un setaccio letterario che moderi e risolva ogni tizzone ancor troppo acceso di un’urgente materia autobiografica comunque atta ad eccitare la nostalgica scintilla che sempre accende ogni narrazione.

Quel che ho appena detto o citato vale ancora: tutti i miei libri successivi (racconti o romanzi brevi: Storielle strastrane, Tra le righe, La Pleiade, Pinzimonio in Via de’ Servi) nascono da quella stessa nostalgia che necessariamente ci rende narratori di storie.
Così, Tra le righe è un volumetto che nasce dalla

brama di ricordare, per non lasciar morire, per non dimenticare quel che ancora preme, piacevole o meno, per conservare memoria della propria identità, attraverso il racconto di sé e degli altri. Per non perdersi.

Nelle ultime due opere citate in parentesi, si aggiunge qualcosa di nuovo per me: l’accettazione di un’irresistibile sfida narrativa ogni volta rinnovata. Così, ne La Pleiade scrivo che vi è qualcosa di magico nel non raccontare mai le proprie storie a chicchessia

se non dopo averle prima stese completamente, almeno in bozza. Diversamente, il sogno svanirebbe, la tensione pure, e con essa si dissolverebbe per sempre l’eccitante condizione spirituale propria di quest’ineffabile trovarsi in stato di narrazione, tra i cui ingredienti, non ultimo, il non saper mai come esattamente andrà a finire e se davvero ce la faremo…

Con lo stesso spirito, in questo momento, sto lavorando ad un nuovo “romanzo breve” (una settantina di pagine), Stanze, a sfondo psicanalitico.
Ne fornisco le chiavi interpretative all’interno del racconto stesso (mi sono sempre piaciuti quegli autori – Björn Larsson, Pennac, Eco, Vreeland, ecc. – che, nel momento stesso in cui narrano, non sanno trattenersi – tanto amano la scrittura – dal fare anche dell’eccellente metaletteratura, in tal modo offrendo al lettore svariate stupefacenti “trasgressioni” tra i meandri della propria “officina”). Del suo protagonista, ad esempio, ad un certo punto della storia dico che

nonostante l’aria spavalda con cui dichiarava di saper coltivare ottime relazioni con l’ineffabile mistero che apparentemnte sonnecchia in ciascuno di noi, una cosa era certa: da quella sua presunzione ritenuta inoppugnabilmente vera, sapevano non di rado scaturire, sul versante della scrittura, degli accettabili racconti e persino qualche lirica da premio letterario. Breve: Giorgio l’Es lo marcava stretto, lo auscultava, meglio ancora lo beveva, annotando qualunque cosa sapesse appena un po’ di Lui, ne recasse cioè l’inconfondibile gusto. Così, da qualche anno non si lasciava sfuggire neppure una di quelle frasi o espressioni, talora minimali farfugliamenti o sibilline locuzioni, che spontaneamente e sempre più spesso affioravano alla sua mente dal nulla, in circostanze per qualche verso singolari, di relax estremo o insostenibile stanchezza.

Sul versante poetico, un valore speciale riconosco al saggio Dire e nascondere. Il “segreto” del poeta. Se nel libro che in questo momento sto scrivendo definisco la narrazione un “sognare ad occhi aperti”, ponendone in evidenza l’ineludibile matrice inconscia nonché una certa mia ambizione di dominio sulla materia onirica, nel saggio sulla poesia appena citato ho cercato di dar voce ad un’istanza su cui da tempo tornavo con la mente senza tuttavia riuscire a ben focalizzare ciò che oggi invece mi appare chiarissimo. Guai, però a farlo sapere a poeti e “professori”! Insorgerebbero indignati, sebbene per ragioni diverse. I poeti celano, spesso inconsapevolmente, segreti assai intimi; i “professori”, dal canto loro, non ne hanno la più pallida idea. Dovendomi muovere su un terreno a tal punto minato, mi sono trasformato io stesso in una cavia da esperimento e senza pudori ho svelato gran parte del mio mondo nascosto. Ne è sortito un saggio “critico” a mio avviso discretamente originale che mi auguro possa risultare utile a qualcuno, pur non illudendomi che critici o poeti possano mai andarselo a leggere. In sostanza, vi riprendo, in modo inedito e “sperimentale”, il tema della poesia come privilegiato strumento di introspezione, di esplorazione interiore.

Che cosa vorrebbe poter dire ai suoi lettori?
Fin dai tempi del liceo ho sempre trovato estremamente congeniale al mio modo di sentire la nota meditazione manzoniana concernente quel particolare tipo di “fantasia” che mai dev’essere capricciosa o “romanesque”, bensì quanto più possibile “verosimilmente” seguace della “verità”.
Da tale sorta di “educata fantasia” è poi facile, anzi fatale, scorrere verso quel tipo di immaginazione che consente di figurarsi le cose con una vivacità e profondità di visione, contenuto e sentimento che raramente capita di reperire nella “realtà” stessa. Per cui quest’ultima ne viene non di rado surclassata: una qualità di pensiero che appare persino in grado di innalzarsi a chiaroveggenza, in un impetuoso vortice medianico capace di far sentire e visualizzare con intensità tanto un presente celato ai nostri sensi quanto un futuro che paradossalmente sembra quasi di ricordare.
Imprescindibile il ruolo che per un narratore può e deve recitare l’empatica intuizione delle intenzioni umane.

A quale suo scritto è intimamente più legato e perché?
Difficile dirlo. Tutto dipende dal momento e da come in quel particolare frangente vedo e sento la vita. Nonostante abbia, nel corso della mia carriera di insegnante, pazientemente tentato di crearmi un articolato e flessibile “macrosistema intellettuale”, una sorta di filosofia che mi consentisse di gestire al meglio ogni possibile circostanza – dal lavoro al rapporto con i miei alunni, dall’evoluzione della cultura ai concreti problemi del territorio e via discorrendo -, nella convinzione che almeno qualcosa potesse ogni tanto ripetersi uguale, da qualche anno ho serenamente riconosciuto la sconfitta di ogni strategia simile: soltanto allora, in un certo senso, ho vinto. Quando ho mollato la presa…

Diciamo così che ciascuno dei miei scritti resta per me testimonianza autentica di ciò che nel tempo sono stato, via via più consapevole tanto del cambiamento quanto del permanere di alcuni fondamentali nuclei di coerenza che, pur nel mutare degli “accidenti”, hanno costantemente confermato e salvato la mia identità.

Come dicevo, quel che maggiormente mi preme – e ispira – in questo momento è quella specie di “incognita narrativa” che giocoforza implica tutta una serie di corollari e riflessioni di non trascurabile interesse. Ribadisco, però: in questo momento. Domani, chissà…

Quali sono i suoi scrittori preferiti?
Tempo fa li definivo “folto e articolato Trionfo delle Gratitudini”: Larsson, Pennac, Verne, Yehoshua, Bruner, Rodari, Andersen, Brusa, Eco, Sciascia, Márquez, Tolstoj, Simenon, Verlaine, Ungaretti, Montale, Roth, Saint-Exupéry, B. Russell, Alan Watts, Goethe, Queneau, Voltaire, Richard Bach e via discorrendo, oltre ai classici, naturalmente, soprattutto italiani, francesi e latini. Non adoro la cultura letteraria anglosassone (fatta eccezione per qualche sparuto autore). Quella smaccatamente “americana” la detesto.

Cosa pensa dell’editoria e del self publishing?
Il mio primo libro, La tromba di Miles, è nato dalla collaborazione tra me e un editore locale, di nicchia, lo stesso che da parecchi anni e con successo organizza presso quell’autentico gioiello liberty che è Villa Mazzotti di Chiari (BS) l’ormai mitica Rassegna della Microeditoria Italiana. Vendere tutti quei volumetti (non me ne restano che alcune decine: le serbo per gli Amici) m’è costato sangue, sudore e lacrime, tra un reading e l’altro. Alla fine, sono riuscito a rientrare nei costi iniziali, perciò posso dirmi più fortunato di altri. Da quell’esperienza ho imparato molte cose: tra queste, che non avrei mai più prodotto un solo libro in cartaceo a mie spese. Così, ho sperimentato altre modalità di diffusione della scrittura. Con Storielle strastrane, un bell’e-pub edito da Prospero Editore senza la minima spesa da parte mia, sono stato più fortunato, anche perché ho avuto occasione di conoscere persone a dir poco nobili e squisite, ad iniziare dallo stesso titolare della casa editrice appena citata. Il problema degli e-book o e-pub a pagamento resta comunque: non è facile presentarli efficacemente attraverso dei tradizionali reading. Sulla scorta della mia concreta esperienza, posso inoltre assicurare che la gente è ancora troppo poco familiarizzata con determinate modalità di acquisto e pagamento, quando non addirittura apertamente diffidente. Persino una collega insegnante alla fine mi ha confessato di non aver potuto scaricare il volumetto non disponendo di una carta prepagata: ha inoltre aggiunto che, se anche l’avesse, non si fiderebbe della Rete e di certe – a suo avviso “macchinose” – procedure di acquisto. Dovremo vincere un bel po’ di pregiudizi, prima che l’intera faccenda possa soddisfacentemente risolversi e l’editoria on line finalmente decollare.

A quel punto, mi son chiesto che cosa mi premesse davvero. Non certo il profitto. Sì, invece – soprattutto in un momento economicamente difficile come quello che stiamo attraversando -, che chiunque potesse scaricare gratuitamente quanto andavo scrivendo, in altre parole il fatto d’esser letto senza antipaticamente pesare sulla tasche di nessuno.

Così, ho optato in esclusiva per Grazzaniseonline. Presso questo sito, un bravo scrittore e caro amico, Franco Tessitore, ex insegnante da qualche tempo felicemente in pensione, va da anni pubblicando le mie cose, ovviamente dopo averle rigorosamente vagliate e, per mia fortuna, puntualmente ritenute degne di veder la luce on line.

I risultati mi sembrano a dir poco entusiasmanti. Due soli esempi: Tra le righe, una silloge di quaranta racconti pubblicata tre mesi fa in formato sfogliabile ISSUU, ha raggiunto i 5527 downloading, mentre il recentissimo “romanzo breve” La Pleiade in un solo mese ne ha totalizzati ben 1013. A ciò vanno aggiunti coloro che han preferito scaricare i due volumetti nel più tradizionale formato Pdf, per poterseli tranquillamente stampare. Scaricano i miei libri anche in Giappone, in Australia e non ricordo più in quale altro Paese… Incrediiiibbbiiileee!

Chi è Giambattista Bergamaschi nella quotidianità?
Formalmente: insegnante, musicista jazz, laurea in Lettere Moderne, Diploma di Specializzazione in Scienze e Storia della Letteratura, servizio militare (artiglieria contraerea), svariate partecipazioni quale relatore a convegni di semiotica, storia e musicologia, una decina di pubblicazioni “adolescenziali” presso riviste specializzate e infine uno spesso faldone di prestigiosi ma inutili corsi d’aggiornamento in servizio e bla bla bla.
Dopodiché, ben più volentieri passerei a tutte quelle cosette di cui nulla mai si dice nelle regolari note biografiche, nonostante la loro importanza.
Felicemente sposato, amo viaggiare, fare passeggiate in città, ma ancor più lanciarmi in distensive marce attraverso la campagna; adoro nuotare (soltanto d’estate al mare, mai in piscina: animale d’acqua salata, sento scorrere sangue marinaro nelle vene), guidare la mia Golf, non mancare mai ai vernissage in cui espongano artisti di mio gradimento, di tanto in tanto raggiungere un noto jazz club meneghino per gustarvi qualcosa di buono. Adoro Puccini, Ravel e Satie, ascolto musica jazz e, spesso e volentieri, canzoni del mio “tempo migliore” (anni ’70-’80). Amo cucinare, ma ancor più gustarmi quanto mia moglie riesce a combinare ai fornelli; mi distende tagliare l’erba in giardino o lavare i piatti (che considero due non trascurabili modalità della meditazione zen); la sera preferisco restare in casa a guardarmi qualcosa in televisione (benché non creda una sola parola di quel che vi si dice); meglio ancora, se non sono troppo stanco, leggo un bel libro, benché non mi spaventi uscir la sera: per delle buone ragioni, però. Da qualche tempo, mia moglie ed io abbiamo preso l’abitudine di beccarci un buon film a settimana (possibilmente italiano: non mi vergogno affatto di questo mio nazionalismo in progress, a fronte di un’Italia che qualcuno ha chiaramente deciso di distruggere) presso un multisala che fa al caso nostro; con fare squisitamente “ecologico” mi sono liberato nel corso degli ultimi anni di amici e amiche che amici o amiche non erano affatto, così ora me la passo proprio bene senza di loro. Adoro la birra (mai più di mezza pinta, però), degusto un bicchiere di rosso a pasto e una volta la settimana un toscanello, tanto per non ricadere nell’antico vizio, che comunque non potrà mai essere soppiantato da quello delle schifosissime sigarette.

Che messaggio le piacerebbe lasciare ai posteri?
Non credo nell’eternità né mi interessa granché ciò che infine ne sarà di me. Dei miei libri, sì, potrei dire che sarei ben lieto se qualcuno potesse un giorno trovarvi anche un solo pensiero in grado di orientare la sua esistenza verso orizzonti sereni e positivi.

Progetti futuri?
Riuscire a smettere di scrivere, una buona volta, sul serio e per sempre…

Maria Ausilia Gulino

Maria Ausilia Gulino

Teacher – Journalist