Il cielo senza confini di Guido Mattioni

Ci aveva incantato con Ascoltavo le maree, un romanzo ambientato a Savannah e nel Moon River, dove con la malinconia della natura, ora maligna ora benigna, aveva sussurrato alla nostra anima che guarire da una perdita si può, che rialzarsi dalla sofferenza rende forti, che rinascere deve toccare a ognuno di noi. Adesso è il cielo il protagonista, quello che non ha confini, quello che dall’alto guarda la sofferenza di chi nasce disagiato, di chi vuole riscattarsi e per destino forse non riesce. Soltanto il cielo non ha confini è il secondo romanzo di Guido Mattioni, già letto in questa sede, che ha affermato questo giornalista ormai scrittore un portavoce della Letteratura, che questa volta abbraccia temi di attualità forti, come l’immigrazione, la clandestinità, la violenza che lui, da inviato speciale ha vissuto in prima persona. Con il suo nuovo lavoro ha voluto rendere informare il suo pubblico esigente consapevole di trame che purtroppo riguardano la vita degli ultimi.

Il secondo romanzo è molto diverso dal primo, se infatti in Ascoltavo le maree c’era una venatura romantica, i temi del secondo sono di attualità: come mai ha scelto nuovamente un’ambientazione americana, questa volta sul Rio Grande, e a cosa è dovuta la decisione di parlare di criminalità e immigrazione, temi che in fondo caratterizzano molto anche l’Italia?
Vado con ordine. Sì, Soltanto il cielo non ha confini è un romanzo molto diverso dal primo. Per sintetizzare potrei dire che in Ascoltavo le maree prevale il Guido Mattioni-uomo, in quanto pur non trattandosi della mia autobiografia è comunque indiscutibilmente un libro che racchiude molto di me come persona, come individuo; mentre dal secondo romanzo emerge senz’altro il Guido Mattioni-ex giornalista, ex inviato speciale giramondo.

Ma perché ancora proprio l’America?
Lei non è la prima persona a chiedermelo e posso anticiparle che se è per quello sono già al lavoro su un terzo romanzo ambientato anch’esso negli Stati Uniti. La sua domanda è ovviamente più che legittima, anche se mi permetto di sottolineare un fatto curioso: ci sono autori nazionali, peraltro bravissimi, giunti ormai al decimo romanzo ambientato su uno dei nostri laghi, o sotto i portici di una cittadina di provincia, o ancora in una periferia urbana degradata, eppure a loro nessuno chiede mai perché usino sempre la medesima ambientazione. Comunque non ho alcun problema a spiegare il mio, di perché: per il semplice fatto che è sempre meglio scrivere di luoghi e di un’umanità che si conoscono bene ed è un fatto che io conosca molto probabilmente meglio gli Stati Uniti e gli americani di quanto conosca l’Italia e gli italiani. Semmai, un po’ polemicamente, io mi chiedo perché la stragrande maggioranza dei romanzieri italiani non ambienti mai le proprie storie fuori dai nostri confini nazionali. Mi piacerebbe molto un Chatwin italiano, ma non ne ho mai visto spuntare uno all’orizzonte. Da ex giornalista, forse un po’ cattivo, faccio allora io agli altri colleghi scrittori la domanda: ma perché non viaggiate?

E per quel che riguarda le tematiche affrontate, quali criminalità e immigrazione?
La scelta di costruire una narrazione ambientandola sullo scenario duro, drammatico, spesso atroce, qual è quello della zona di confine tra Usa e Messico, beh posso dire che si tratta di qualcosa che mi portavo dentro da 28 anni, da quando in quei luoghi ci andai per la prima volta come inviato speciale a raccontare appunto quanto succedeva ogni notte sulla frontiera segnata dal corso del Rio Grande. Allora vidi cose che mi segnarono dentro, cose che non avrei più dimenticato e che soltanto ora, libero dagli impegni quotidiani del lavoro giornalistico, ho avuto la calma e il modo di mettere in romanzo. Poi, pur senza osare paragonarmi a un autore che stimo immensamente, come Tom Wolfe, posso dire di amare molto quel genere letterario, chiamato New Journalism, del quale lui è l’indiscusso caposcuola. In poche parole: scenari veri per storie che se non sono vere, di certo sono plausibili. Vogliamo chiamarla deformazione professionale? Non ho alcun problema ad ammetterlo, così come a riconoscere che per lo stesso motivo non sarei mai in grado di scrivere una storia fantasy popolata da maghetti occhialuti e ippogrifi volanti.

Due fiumi importanti, nel primo il Moon River, nel secondo uno di confine come il Rio Grande: in cosa si distinguono dal punto di vista metaforico?
Faccio una premessa: io amo oltre ogni cosa la Natura, anzi Madre Natura, scrivendolo doverosamente con le maiuscole, come Lei si merita. I fiumi ne fanno parte inscindibile e l’acqua, sia quella del mare sia quella dei fiumi è da sempre un simbolo di vita. Direi anzi “Il” simbolo della vita. Con l’acqua ti disseti, ti lavi, cucini le vivande; sull’acqua e grazie all’acqua ti puoi spostare da un luogo all’altro. Per questo, il solo pensiero che oggi quelle grandi banche mondiali e le paracriminose società finanziarie che hanno già portato al tracollo l’economia mondiale stiano mettendo le mani proprio sulle risorse acquifere mi terrorizza e mi indigna allo stesso tempo. Se non facciamo qualcosa, se non li fermiamo, sarà proprio per il controllo dell’acqua che si combatterà una terza guerra mondiale. Scendendo invece più modestamente al livello dei miei romanzi, il placido Moon River che scorre a Savannah simboleggiava in Ascoltavo le maree sia la strada dei buoni sentimenti – come amore, amicizia e ricordo – sia il filo rosso capace di unire le due vite del protagonista: la prima, segnata dal dolore di una grande perdita, e quella nuova, sognata e realizzata. Nel secondo romanzo, invece, il Rio Grande è la metafora dell’opposto: è una linea esistente sì in Natura, quindi innocua di per sé, ma utilizzata dall’uomo per dividere, per separare. E io, così come amo la Natura odio con tutto il cuore i confini.

Per quale motivo, secondo lei, “il cielo non ha confini”?
Io aggiungerei che “per fortuna” il cielo di confini non ne ha. Proprio perché è stato sempre e soltanto l’uomo a tracciarli nell’unico posto dove può farlo, ovvero sulla terra, usando la violenza e spargendo il sangue altrui. I confini sono linee arbitrarie, tracciate appunto in base alla legge del più forte o come conseguenze delle guerre. Per quello li odio. Il Padreterno, che è una brava persona, di confini non ne ha mai tracciati ed è curioso che a dirlo debba essere un vecchio laico come il sottoscritto.

La scelta di due fratelli, una specie di Caino e Abele, è stata ispirata da qualche fatto di cronaca? Come mai ha affidato a loro la lotta tra il bene e il male?
La vicenda è pura fiction, farina del mio sacco. Ma in quel mio reportage giornalistico del 1986 mi ero imbattuto in due gemelli messicani che avevo visto arrestare una notte dalla pattuglia del Border Patrol americano con la quale stavo girando da qualche giorno. Erano appena usciti dal Rio Grande e tremavano più di paura che di freddo, ma anche di rabbia per i soldi versati ai commercianti di braccia che erano così andati in fumo. Quei due volti identici mi erano rimasti dentro anche se poi nel mio romanzo li ho usati appunto per dimostrare come le circostanze della vita – il caso, gli incontri giusti o sbagliati – possano tracciare un confine anche tra due ragazzi provenienti dalla stessa famiglia, tirati su con la stessa educazione. Un motivo di più per dimostrare l’ingiustizia dei confini, che a volte possono decidere anche dove stia il bene e dove il male.

Nella quotidianità, lontana dai romanzi, chi vince: il bene o il male? Lei da che parte sta?
Io ho girato il mondo e ho incontrato migliaia di persone, dagli straricchi ai poveracci che hanno perso tutto in un terremoto, dai premi Nobel ai rapitori di bambini. E senza nemmeno pensarci su, valutando questa mia esperienza, posso dire che per fortuna nel mondo c’è più Bene che Male. Nel senso che sono infinitamente più numerose le persone buone, rispetto a quelle cattive; peccato che di queste ne bastino poche per rovinare l’opera svolta dalle prime. Ma per nostra fortuna le prime, le persone buone, il giorno dopo ricominciano a lavorare per il Bene. Da che parte sto io, voleva sapere? Senz’altro dalla parte di chi soffre, dato che mi sembra l’unico “luogo” dove un essere umano possa decidere di stare.

Avremo mai il piacere di leggere un suo libro ambientato in Italia?
Ho già nella testa due idee di altrettante storie italiane che intendo sviluppare e raccontare. Sono ambientate in due luoghi diversissimi tra loro e distanti anche geograficamente. Ad accomunarle è sia il fatto che entrambe io le conosca molto bene, sia la circostanza di amarle perdutamente. Parlo del mio Friuli, la terra dove sono nato e cresciuto fino ai 26 anni d’età, e la Sicilia della quale mi sono innamorato dopo essersi innamorato di mia moglie; è stato un innamoramento indotto, per interposta persona, se vogliamo metterla così.

Sappiamo che sta già lavorando al suo terzo romanzo, le andrebbe di fornirci un piccolo anticipo?
Ho già ricordato che si tratterà della mia terza storia americana e posso anche rivelare che nelle intenzioni del mio editore, nell’anno dopo quello di uscita in libreria, quindi nel 2016, entrerà poi a far parte di una trilogia a stelle e strisce insieme ai primi due romanzi. Ma questa volta non ci sarà uno scenario limitato, circoscritto, come la Georgia nel primo o la zona di confine Tex-Mex del secondo; ci sarà invece l’America più o meno intera, anche la meno nota, quella delle arterie secondarie, vista attraverso gli occhi di quella grande fetta di popolazione che per i più disparati motivi – dalla necessità di campare alla scelta di vita – conduce un’esistenza di fatto nomade, che si svolge sulle strade. Perlopiù sono personaggi secondari, senza gloria, a volte degli autentici “ultimi”. Proprio per questo, per uno come me cresciuto letterariamente a pane e Steinbeck, è l’America che amo di più. Gli eroi e i divi, invece, non mi hanno mai affascinato.



Maria Ausilia Gulino

Maria Ausilia Gulino

Teacher – Journalist