Metafisica degli accidenti – Guido Traversa

Il filosofo Guido Traversa con il libro Metafisica degli accidenti dimostra che ogni singola azione e ogni evento hanno un’identità diversa da ciò che li compongono. A tal proposito scrive:

Ogni cosa singola porta in sé la distinzione perché essa è formata da innumerevoli contingenze, accidenti tra loro realmente disomogenei, perché ogni cosa singola cambia continuamente, diviene per propensioni imprevedibili.

L’accidente è una parola che viene dal greco symbebekòs e dal latino accidens, e significa letteralmente “che accade” nel tempo, dunque non fa parte dell’essenza di una cosa ma è un fatto del divenire. Gli accidenti possono essere affidati al caso ma anche alla volontà dell’individuo di scegliere un percorso piuttosto che un altro. In questo modo è chiaro che ogni identità è in divenire, dunque non statica.

Il testo in questione incomincia con la visione di una grande distesa d’acqua che potrebbe essere un lago, un fiume o un mare. Alla fine veniamo a conoscenza che si tratta del mare, perché nell’immaginario accompagnato dall’esperienza la distesa d’acqua descritta viene percepita appunto come il mare. Questo esempio è significativo ai fini della dimostrazione concreta che identità e distinzione non sono mai assolute nemmeno nell’uguaglianza. Infatti A=A e A=B sono esempi che malgrado possono portare a definizioni assolute di uguaglianza e disuguaglianza di fatto non lo sono. Traversa con questo caso di uguaglianza intende dimostrare che la medesima identità può assumere una diversa forma a seconda dell’accidente che la coglie. Quindi nel caso specifico dell’acqua: se A è l’acqua è vero che l’acqua è uguale all’acqua ma se questa acqua è in condizioni spazio-temporali diverse assume appunto forme diverse, divenendo lago, mare ecc. Quindi acqua=acqua e acqua=mare : uguaglianze che non si possono distinguere in maniera assoluta.

Stesso ragionamento vale, secondo il filosofo, per un enunciato, dove appunto non si possono trovare assolutezze, perché ogni oggetto cambia in base a come lo percepiamo attraverso la nostra sensibilità. Esempio: il sole è giallo. A secondo delle condizioni atmosferiche il sole non è sempre giallo ma può variare dall’arancio al rosso. Inoltre noi lo possiamo percepire di un colore diverso da un altro in base anche a dove ci troviamo, se stiamo volando su un aereo o siamo al mare o siamo in città immersi nel traffico.

La varietà della percezione, nella sua non omogeneità, è l’effetto di un insieme di cause che non possono essere tutte ricondotte al soggetto.

In natura sappiamo che esiste la classificazione della specie, Traversa anche in questo caso ci dimostra che non si possono fare classificazioni assolute in quanto ogni organismo è sempre soggetto ad evoluzione subendo importanti modificazioni, quindi il “classificarlo” non lo rende assoluto. Non a caso per alcuni animali sono state scoperte modalità riproduttive diverse (per patenogenesi, per esempio, anziché per la classica riproduzione anfigonica) che hanno messo in discussione il concetto di specie. In questo modo possiamo affermare che a ogni individuo corrisponde una specie a se stante. Altra dimostrazione simile si può fare in medicina nella classificazione delle malattie: non tutti hanno la stessa malattia perché al sopraggiungere di essa possono insorgere problemi del tutto personali che rendono la stessa malattia diversa da quella di un altro. Esempio: il mal di testa del signor X non è uguale a quello del signor Y perché il primo riguarda le sue uniche condizioni (accidenti) che sono diverse da quelle di Y. Magari X ha pensieri importanti che sfociano nel mal di testa, mentre X ha preso freddo e ha un mal di testa diverso: così ogni persona ha una sua malattia e per definirla bisognerebbe conoscere la storia personale di ogni individuo. Qua può subentrare il concetto di Bioetica, ovvero quello studio della condotta umana nell’ambito della salute ma in concomitanza ai valori e principi etici (etica=insieme di comportamenti).

Ogni identità è in sé distinta non solo perché in relazione con altre identità ma anche perché l’oggetto che la compone ha una sua reale esistenza con sue propensioni e accidenti fortuiti o volontari.
Fin qui si è parlato delle condizioni empiriche degli enti naturali, ma gli accidenti si possono rimandare anche, e forse soprattutto, ai casi delle azioni umane e dei fatti storici.

Il libero arbitrio, ad esempio, può essere un accidente che la volontà pone dinnanzi a un problema che sorge. Nel caso dell’esempio iniziale della distesa d’acqua si può decidere di ricordare che la distesa in questione è un mare e che questo mare fa parte dei ricordi che solo un individuo decide di avere rispetto a un’altra persona. In questo caso subentra anche la responsabilità perché ognuno è la causa del ricordo e di ciò che piace appunto ricordare e dimenticare.

Da una azione infatti possono derivare molte e varie conseguenze e non tutte con uguale intensità e probabilità; le sue propensioni non sono prestabilite, sono accidenti più o meno forti, e anche le propensioni molto intense possono essere sopravanzate da altre meno intense.

Da ogni nostra azione, naturalmente, possono derivare delle conseguenze, e nel momento in cui facciamo un’azione subentra quello che Traversa chiama «le azioni intermedie», ovvero quegli accidenti che possono sorgere nel frattempo, ovvero mentre si compie la determinata azione che potrebbe cambiare il corso della vita. Esempio: se da un punto A si cammina per andare al punto B durante la camminata si può essere investiti da un accidente e si potrebbe comunque arrivare al punto B ma con una esperienza diversa.

Interessante è poi constatare come da questa riflessione viene fuori quanto il pensiero si protrae verso quello di cui abbiamo necessità, e che ci manca. Se è vero che la ragione vede e cerca ciò che manca (come afferma Kant) l’autore descrive questo stato di cose come fondamentali per il nostro essere, che cerca costantemente ciò di cui intimamente ha bisogno. Da non confondere con i beni materiali che in fondo non sono così essenziali quanto i sentimenti interiori che proviamo. Quindi ogni azione è determinata sia dal fatto che viene compiuta, sia dal fatto che in essa vi è un accidente intermedio ma sia anche da ciò che manca per essere razionalizzata.

E non solo: ogni azione è una identità distinta rispetto alle altre visto che può entrare in un rapporto di opposizione, contrarietà e contraddizione (negazione dell’altro: se c’è luce manca il buio; se sono allegra non sono triste; nel sacro manca il profano), difficilmente ritrovabili in natura (ad esempio tra individui e la specie) ma facilmente percepibili in un fatto storico o in una singolo atto empirico effettuato da una persona. Avviene però che la distinzione non è mai netta perché in uno stato d’animo si può oscillare dalla gioia alla tristezza con delle sfumature intermedie. I fatti storici però che appaiono come universali sono il prodotto di decisioni soggettive e, pertanto, sottoposti a giudizio.

L’universalità che si mostra in un singolo evento ha una genesi diversa […]: muove dall’esigenza di comprendere il fatto e di agire nella storia, questa stessa esigenza cerca nel giudizio una soluzione, una risposta e come tale non può essere l’indentità assoluta, l’identità di specie e individuo, di quel fatto stesso.

Dopo aver analizzato gli ambiti oggettivi della percezione il filosofo autore del libro si sposta nell’ambito della percezione e del giudizio per dimostrare se è possibile giungere a una identità assoluta.
Quando percepiamo un uomo come Callia, scrive Traversa, possono subentrare forme di giudizio che interferiscono nell’universalità di definirlo uomo e basta. Ogni sensazione nel definire un giudizio si porta dentro anche ciò che non si può definire. Definendo Callia sappiamo che ci può essere un non-Callia.
E usa la metodologia della Quaestio disputata (metodo didattico del XIII secolo) per far comprendere al lettore se e in che modo «la visione sia semplice».
La visione è semplice se subentrano i fattori cognitivi (la mente accompagna la visione), al contrario il vedere è comprensione:

è il supporto percettivo condizionato dalla griglia delle nostre precedenti cognizioni (linguistiche e cognitive) sull’oggetto.

Il Responsio della Quaestio è che la visione non può essere il prodotto delle nostre precedenti credenze altrimenti vedremmo sempre le stesse cose. Nello stesso tempo non possiamo dire che la visione è immediata altrimenti la percezione rimanderebbe sempre a se stessa.

La soluzione è tenere entrambi i poli della discussione, perché l’uno è funzionale all’altro.
Il metodo della Quaestio disputata, riportata dallo scrittore, ci fa comprendere che per capire appieno un’idea bisogna conoscerne anche l’opposizione che la costituisce. In questo modo ogni scelta comprende la conoscenza con maggiore consapevolezza. La scelta salta fuori dal divenire grazie al «movimento dei contrari».

Grazie al metodo della Quaestio di volta in volta possiamo appurare la giusta distanza che bisogna porsi davanti a una idea per «vederne le propensioni e di conseguenza scegliere quale assecondare e quale contrastare».
Ogni idea è diversa da un’altra così come la relativa giusta distanza che bisogna mantenere da essa:

L’essere che può realmente essere altro dal non-essere ha ed è una identità in sé distinta: ha in sé un ritmo e una misura, un atto d’essere che lo distingue costantemente da sé medesimo, dalla sua essenza.

Traversa analizza tutto ciò per arrivare alla conclusione che la visione mistica per essere afferrata deve comprendere anche quella della quotidianità ordinaria (o quest’ultima quella mistica).
Però nell’appendice dice che è impossibile dare in modo completo l’identità perché questa non deriva dalle sue componenti essenziali: determinandola dovrebbe contenere tutte le altre cose quindi non la possiamo determinare («ciascuna singola cosa viene colta in quanto è distinta da un’altra»).

Il testo che descrive dettagliatamente tutto ciò che è consono all’identità, fa ragionamenti concreti e fondamentali per portare alla luce il fatto che nell’identità sono presenti accidenti, enti intermedi, antinomie, e che malgrado tutto non si può definire assoluta, a un certo punto potrebbe lasciare delle perplessità quando affronta il discorso dell’esperienza mistica.

L’ordinarietà delle esperienze quotidiane possono sì comprendere e raccontare esperienze mistiche ma su quali basi concrete? L’esperienza mistica quali accidenti possiede? Quali sono le sue antinomie e quale è la cosa che le manca?

San Giovanni della Croce scrive che «per arrivare a quello che non gusti/ devi andare per dove non hai gusto» ovvero per percecipire un’idea bisogna andare a sondare anche il suo contrario, visto che, come abbiamo imparato, l’idea nella totalità è il divenire di tutti i suoi accidenti e i suoi contrari che la determinano. Ma il misticismo, che nasce per natura come una esperienza che va oltre la logicità (e l’ordinario) come può essere comunicabile nell’esperienza ordinaria? Oggi si parla di persone che vanno in trance, hanno allucinazioni, sognano, ma nessuno ha scientificamente provato che tutto ciò è tangibile e credibile, per cui come è possibile fare entrare nella vita ordinaria quotidiana questa spiritualità di cui si parla nel testo ma che può abbracciare diversi aspetti della vita, quali la convinzione (magari sbagliata) di averla vissuta per esempio? Traversa stesso ci ha fatto capire che la visione comprende sia l’aspetto cognitivo delle esperienze precedenti sia quello dell’immediatezza, ma la visione mistica non si vede, forse si prova, non si vive, magari si applica come frutto di convinzioni e di credo, non può essere equiparabile alla concretezza dei sentimenti. L’amore per Dio è un sentimento ideale, perché di Lui ne possiamo sentire la presenza che è frutto di nostre convinzioni che probabilmente ci hanno inculcato, e che non possiamo provare siano vere. Traversa non dimostra, come invece ha fatto con le altre parole chiavi che ha lanciato e argomentato, la spiritualità di cui sembra vada ancora alla ricerca.

 

 

Metafisica degli accidenti. Dalla logica alla spiritualità: il tessuto delle cose
Guido Traversa
Manifestolibri, 2004
Pagine 166
Prezzo di copertina € 13,00

Maria Ausilia Gulino

Maria Ausilia Gulino

Teacher – Journalist