Gianni Palagonia: il momento della verità

Lo abbiamo conosciuto in occasione del suo ultimo libro L’Aquila e la Piovra, e ci ha stupito con le ultime parole riguardanti la mancanza di appartenenza alla Nazione (considerandola non a caso un nome proprio). Ci ha illuminato sulla Giustizia, astratta e assente, e ci ha descritto un paese vicino al nostro con modi di pensare simili a quelli italiani. Gianni Palagonia, che vive oggi nell’anonimato, è stato schietto, senza mezzi termini ha sostenuto quello che in molti hanno paura di rivelare e affrontare. Con il suo libro ci ha insegnato il coraggio, e ha voluto dire ai giovani di non aver paura del senso del dovere nei confronti della Nazione che li appartiene: il coraggio è vita, tutto il resto è sola conseguenza.

Con il testo mette alla luce diversi retroscena riguardanti la mafia: cosa ha di diverso quella albanese rispetto alla nostra?
Le mafie di tutto il mondo hanno l’obiettivo di arricchirsi utilizzando tutti i mezzi leciti o illeciti per farlo. Questo è il comune denominatore che li unisce nel loro intento generale. Relativamente agli albanesi, va ricordato che sono arrivati in Italia con gli esodi cominciati a partire dal 1991. Allora arrivò di tutto, il meglio e il peggio che offriva la Nazione. “I buoni” si sono integrati nella società civile, hanno trovato lavoro e sono diventati cittadini attivi, gli altri, “i cattivi”, hanno prediletto strade più adatte alla loro indole. Inizialmente, gli albanesi che hanno scelto la strada dell’illegalità, fornivano manodopera alla criminalità italiana per compiere azioni violente. Le attività predilette e condivise con le organizzazioni italiane erano il traffico di armi, di esseri umani da destinare alla prostituzione, cui si affiancavano anche altri reati quali:  rapine, furti, e ricettazione (soprattutto di mezzi pesanti quali caterpillar ed auto rubate). Quando gli albanesi hanno cominciato a capire come funzionavano le cose e quali erano i mezzi da utilizzare, pur mantenendo una sorta di mutuo soccorso tra le varie organizzazioni criminali, si sono creati degli spazi autonomi, riuscendo pian piano a staccarsi ed addirittura soppiantare la mafia italiana in molti settori, soprattutto il traffico di droga. Con il tempo, la criminalità albanese si è affinata e modellata a immagine e somiglianza della mafia italiana, acquisendo le caratteristiche tipiche previste dall’associazione di stampo mafioso. La tipicità che ha con la mafia italiana, in particolare con la ‘ndrangheta,  è data soprattutto dai legami di sangue. Per gli albanesi tutto ruota intorno alla famiglia … è questo lascia meno possibilità al fenomeno del pentitismo. Oggi la mafia albanese si è fatta imprenditrice, prediligendo investire i soldi proventi dal traffico di droga nella propria Nazione. I settori più appetibili sono quello dell’edilizia, il gioco d’azzardo, la grande distribuzione, la sanità, le rinnovabili, il settore dello smaltimento dei rifiuti, i grandi appalti e la politica. Insomma, come le mafie italiane, hanno capito che il vero business consiste nell’adattabilità ai cambiamenti sociali, economici e politici. E … quando le cose non vanno come devono andare, si ricorre sempre ai metodi tradizionali, dando la parola alle armi, più che ai congressi.

A parte le leggi del Kanun cosa l’ha colpita inaspettatamente della realtà albanese?
Penso di aver elencato nell’alveo della narrazione del mio libro le mille contraddizioni dell’Albania. Ma c’è una cosa che un giorno mi ha colpito particolarmente. Camminavo assieme a degli amici albanesi di giovane età nel quartiere del Bllok, la zona dove viveva la ex dirigenza comunista e dove oggi ci sono i locali più moderni di Tirana, dove si trova la villa dell’ex dittatore Enver Hoxha. Gli amici mi dissero: questa è la villa del dittatore. Io, incuriosito presi la macchina fotografica e decisi di fare delle foto. Li vidi un po’ preoccupati, si guardavano in giro, poi mi dissero che era meglio non farle, la polizia avrebbe anche potuto controllarmi o identificarmi. E perché, risposi, incredulo! Il perché non lo sapevano neanche loro. Pur avendo vissuto marginalmente quel periodo storico, evidentemente vivevano le paure del passato trasmessegli dai loro genitori. Insomma in democrazia avevano ancora paura come fossero ai tempi della dittatura. Ecco, quel giorno (eravamo nel 2006 ) capii che ancora gli albanesi non si sentivano veramente del tutto liberi. Della realtà albanese mi ha colpito sin da subito quanto raccontatomi sulla classe politica,  libera di fare e disfare a proprio piacimento, come fossero in uno stato totalitario più che democratico. A completare il quadro vi era l’inosservanza delle regole, delle leggi, la corruzione diffusa. In mezzo a questo pantano, la sofferenza repressa delle tante persone perbene che volevano cambiare o migliorare la loro Nazione, ma subivano in silenzio lo strapotere della classe dirigente asservita al potere e capace di licenziarti come niente. La rassegnazione della gente perbene era angosciante.  Mi colpivano le commesse che stavano all’interno di negozi, spesso sotto il livello della strada, 12 ore al giorno per guadagnare appena 100 euro al mese. E per ultimo mi ha colpito il divario tra la modernità e la vita di Tirana e il resto dell’Albania, sembrava di non stare all’interno della stessa Nazione.

Ho visitato numerose famiglie sotto vendetta del Kanun, ai quali ho portato medicine, cibo, vestiti, quaderni, penne, giocattoli, insomma tutto quello che ritenevo utile secondo le informazioni che avevo ricevuto. Di loro mi ha colpito il senso di rassegnazione a vivere sotto sequestro, sapendo che al di la del muro di casa c’era la vita. Mi ha colpito la frustrazione con cui avevano accettato che lo Stato si era dimenticato di loro. Mi ha colpito il senso di dignità di persone che, pur vivendo nella più assoluta desolazione e povertà, ti offrivano da bere portandoti un bicchiere di aranciata sul vassoio, perché in Albania l’ospite è sacro, anche se non hai neanche gli occhi per piangere.

Quale è lo scopo del suo libro? Che messaggio vuole dare ai suoi lettori oltre a quelli di giustizia e onestà?
Di far capire che l’Albania come Paese rispecchia l’Italia, nel bene e nel male. In Albania, come in tutto il mondo esiste la delinquenza. Ma io ho voluto dare voce agli albanesi che non hanno modo di farsi sentire e conoscere, ovvero gli albanesi umili, colti, studiosi,  dignitosi, ospitali, onesti. Il messaggio che voglio dare ai miei lettori è quello di liberarsi dai preconcetti.

Cosa pensa della giustizia italiana?
La giustizia?  Quale? Quella delle stragi impunite? Dei processi farsa? Dei lacci, lacciuoli e scappatoie ad hoc? Quella dove per arrivare a una sentenza di 1° grado occorre più di un anno? Quella delle migliaia di prescrizioni, soprattutto per corruzione, privilegio di chi sfrutta le pieghe del codice per sfuggire alla sentenza? Spesso la Giustizia mi fa paura.

Un libro e scrittore preferiti?
Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa…

Cosa vorrebbe lasciare in eredità alle nuove generazioni?
Vorrei lasciare tante cose, l’elenco sarebbe lungo. Vorrei che i giovani avessero più fame di giustizia, voglia di legalità e senso di appartenenza alla Nazione.

Maria Ausilia Gulino

Maria Ausilia Gulino

Teacher – Journalist