Simona Zecchi: nuova inchiesta sulla morte di Pasolini

Venerdì 11 dicembre a Tivoli, presso l’ex chiesa di San Michele, ci sarà la presentazione dei libri Pasolini, massacro di un poeta, di Simona Zecchi e Roma brucia, di Pietro Orsatti. L’incontro è stato organizzato dai Cittadini contro le mafie in collaborazione con la libreria La Porta Gialla. Per il giornale abbiamo intervistato la scrittrice Simona Zecchi, poi sarà il turno di Pietro Orsatti, due scrittori con molto da raccontare che non potevano essere raccolti in un’unica intervista.

Un’inchiesta importante, come nasce l’idea di portarla avanti visto la complessità di Pasolini in sé?
A quasi quarant’ anni (le ultime indagini preliminari sono iniziate nel 2010) da quel massacro, e nonostante quattro inchieste da parte della magistratura, compresa quella che portò all’unico processo contro Pelosi nel 1979 era evidente che la verità non si voleva davvero cercare e trovare. Seguo da molto tempo questa storia attraverso articoli e saggi-inchiesta, quando ormai mi era chiaro, ben prima dell’avvenuta definitiva archiviazione nel maggio del 2015, che non si sarebbe ancora una volta approdato a nulla ho intrapreso questo percorso nel libro.

Giuseppe Pelosi non è l’unico che ha ucciso Pier Paolo Pasolini, anzi nel suo libro esce fuori che c’è stato un mandante, come c’è arrivata?
Che Pelosi non fosse solo quella notte ormai era un dato acquisito seppur non riconosciuto da quel primo e unico processo, persino le ultime indagini lo hanno riconosciuto con l’individuazione della presenza di altri cinque soggetti ignoti. Il punto invece era ricostruire una volta per tutte come era andata, come è stato massacrato Pasolini con quale logica e tecnica, e nei dettagli quale l’espediente che lo ha condotto alla morte quella notte. In quanto ai mandanti emerge dal mio lavoro d’inchiesta attraverso nuovi supporti documentali, fotografie e testimonianze inedite una nuova analisi e certo non si trattò di un unico mandante.

Un testo dal tema forte, ma scritto con un linguaggio semplice, è questa la forza del libro che sta riscuotendo un successo di pubblico?
Credo che ci sia anche questa componente. Il mio obiettivo era infatti quello di arrivare a più persone, anche ai ragazzi delle future generazioni che dovrebbero capire e imparare il valore di coltivare la memoria e il principio di guardare ai fatti anche dell’attualità non solo del passato in modo critico ponendosi dei dubbi, anche se non tutti costoro diventeranno giornalisti o magistrati, ma tutti sono cittadini con diritto di voto. Penso di esserci riuscita visto che due licei mi hanno invitata a parlarne finora. Il linguaggio utilizzato in realtà è misto, proprio per dare modo anche a chi conosce alcuni o molti degli aspetti di questa storia potesse arricchire il proprio bagaglio. C’è poi un linguaggio spesso tecnico giuridico o investigativo necessario, accompagnato, oltre che dalle foto, anche da spiegazioni quanto più possibile semplici.   

Per molti la morte di Pasolini era ed è stata scontata, una persona libera in un periodo in cui di restrizioni e lotte per combatterle vi sono stati, cosa pensa di questo?
Certamente per una parte dell’opinione pubblica nella sua morte era chiara fin dall’inizio la matrice fascista ma mai dimostrata: questo libro la dimostra in primis oltre ogni ragionevole dubbio. E certamente per costoro, il valore di Pasolini come intellettuale scomodo che denunciava e anticipava molti dei fenomeni che oggi vediamo riproporsi in tutta Italia senza tregua come la corruzione dei partiti, la omologazione politica e culturale, gli effetti del capitalismo e la trasformazione della sinistra in qualcosa di irriconoscibile, erano ben chiari in mente e hanno percepito la pericolosità cui l’intellettuale incorreva. Tuttavia non si è mai ben capito fino in fondo quanto e a quale livello questo sia avvenuto, perché appunto molte sono state le cose occultate depistate e distorte in questo caso come in altri casi ancora irrisolti della nostra Repubblica. Una cosa è la percezione, un’altra è farne emergere le sue evidenze attraverso il raffronto dei fatti, delle testimonianze e dei documenti del tempo o successivi, cosi come ho fatto.

Tornando a lei il giornalismo fa parte della sua vita e questo è stato il suo primo libro, ve ne sono altri in cantiere?
Il giornalismo investigativo sì fa parte della mia vita, e certamente sto andando avanti con la scrittura di altri libri e di approfondimenti sull’attualità. Spero che possa sempre poterlo fare.

Tre aggettivi per descriversi e tre per descrivere Pasolini?
Non ho aggettivi che possano descrivermi, è difficile definire se stessi; forse uno su tutti è la mia perseveranza: ecco sono perseverante. E non voglio certo paragonarmi a un Poeta come Pasolini nel senso totale e alto del termine che racchiude tutta la sua attività poliedrica nel campo dell’arte, del cinema della filosofia del linguaggio e del giornalismo: non potrei. Io sono solo umilmente una giornalista. Allo stesso modo e per ragioni diverse non si può racchiudere e rinchiudere Pier Paolo Pasolini in una definizione o anche tre. Pasolini era Pasolini.

Documenti inediti e anche fotografie, come è riuscita a accedere all’archivio?
Gli archivi a cui ho avuto accesso sono stati svariati. Non ci crederà ma spesso appunto con la caparbietà e l’insistenza normale di un giornalista che cerca supporti e carte per cercare la verità. Non lo fa quasi più nessuno specialmente su questi casi. Se ti dicono “No” o “forse”, una due o anche tre volte, non può bastarti e in caso si percorrono altre strade per arrivarci: questo fa parte delle capacità e delle tecniche di ogni giornalista che possono essere diverse per ognuno.

 

*la foto di Simona Zecchi è stata scattata dal fotografo Rino Bianchi

 

Claudia Crocchianti

Claudia Crocchianti

Giornalista pubblicista e scrittrice