La scacchiera di Auschwitz – John Donoghue

Come parlare dell’Olocasto essendo biograficamente ed emotivamente lontani dal suo orrore? La risposta in questo caso, quella di John  Donoghue, 58enne professore di neuroscienza ed ingegneria presso la Brown University di Providence, nasce da approfondite ricerche sul caso Auschwitz. Risulta evidente lo studio della terminologia storica quando fornisce lessicalmente il tipo di lavoro che si svolgeva a Monowitz, quello che insieme a Birkenau fu uno dei tre principali campi che formavano il complesso concentrazionario situato nelle vicinanze di Auschwitz, in Polonia. Conosce i nomi di tutti i gradi delle SS, dal Rottenfuhrer (capo-squadra) al Gruppenfuhrer (generale). Compaiono termini che riprendono nei dettagli particolari ambienti dei campi di sterminio, Kanada ad esempio, il magazzino usato per lo storaggio degli averi appartenuti agli ebrei uccisi. Ma quello che accade tra le pagine del suo romanzo ha tutto il sapore del thriller, adescando l’attenzione del lettore dalle prime pagine.

Nel novembre del 1943, mentre la guerra è in atto, ad Auschwitz arriva l’ufficiale delle SS Paul Meissner a cui viene chiesto di occuparsi di ricreare, in quel posto, un’atmosfera leggera, per risollevare il morale ai prigionieri. Decide, così, di organizzare un torneo di scacchi. Fra i prigionieri c’è un francese ebreo, Emil Clément, il cui nome viene sostituito prima da un numero, poi da “l’Orologiaio” per la sua capacità di riparare gli orologi. Questa non è la sola virtù di Emil, lui è un campione di scacchi. Nell’assurdo di quella vita, là dove umani morivano quotidianamente di fame e di stenti o bruciati vivi nei forni crematori, l’Orologiaio è costretto a giocare contro gli ufficiali nazisti per tenere salve le vite dei suoi compagni.

Sopravvissuto al genocidio di Auschwitz, Emil Clément nel 1962 si trova ad Amsterdam per un torneo scacchistico internazionale e proprio lì il destino sembra ancora farsi beffa di lui perché incontra, a distanza di vent’anni, Paul Meissner, adesso diventato vescovo e redento, perseguitato da un leucemia che gli ha lasciato pochissimo da vivere, ma deciso a rimescolare le carte anzi le pedine della scacchiera di Auschwitz. Comincia ad obbligare Emil a porsi interrogativi e tra il più temibile c’è: “È  possibile perdonare?” Emil sarà disposto ad ammettere l’esistenza di almeno un tedesco buono durante la guerra?
Sebbene, l’autore arricchisce le pagine di informazioni storiche, in realtà, l’attenzione narrativa converge tutta sul momento delle sessioni di gioco. Grazie agli scacchi l’ufficiale Meissner capisce che Auschwitz è il Male e che gli Ebrei non meritano di essere torturati ed uccisi. Questa considerazione nasce dalla relazione tra lui e l’imbattibile Orologiaio. Il segreto di Emil era interrogare le rune dell’alfabeto segnico prima di ogni partita usando la tecnica della kabbala per capire quale strategia adottare. (Ogni capitolo è intitolato, infatti, con il nome di una mossa.)

Sono più che un gioco (gli scacchi). Sono legati all’intagibile saggezza del creato, sono una cosa sublime, dalle possibilità illimitate. Sono il gioco creato dagli Ophanim per compiacere Dio.

Ma, Donoghue scrive che non sa se tra le SS si tenevano delle partite di scacchi, e che la sua ricerca non gli ha fornito prove certe. Però, se è possibile pensare che tra gli ufficiali ci si poteva sollazzare, l’idea che un esponente nazista organizzasse partite tra deportati ebrei ed ufficiali hitleriani risulta decisamente poco credibile, fantasy. I passaggi in cui i prigionieri vengono torturati, sottomessi, considerati portatori di malattie e che in nessun modo interagiscono con loro  sembra confermare la tesi. I ripetuti trionfi di Emil, contro l’incipiente rabbia degli ufficiali, sempre più attesi ed acclamati, sembrano una lotta alla pari tra due normali giocatori ma non dimentichiamo che ad Auschwitz c’erano migliaia di persone malate ed affamate, che a stento riuscivano a stare in piedi o a parlare. Un ebreo come Emil avrebbe passato i suoi giorni facendo un massacrante lavoro in cambio di un tozzo di pane e di una sudicia brodaglia. Come avrebbe potuto vincere contro gli uomini che lo stavano torturando e seppure fosse stato vero, i nazisti avrebbero incassato la vergogna della sconfitta?

Quando la maggior parte della gente dice di odiare qualcuno non parla sul serio, io invece sì. Ci è stata insegnata l’arte dell’odio, nel modo più assoluto, e abbiamo il dovere di farne buon uso. Un giorno, se Dio mi darà la forza, gliela farò pagare per quello che hanno fatto.

La questione della vocazione e della ricerca del perdono di Meissner, protetto stavolta da un’organizzazione ecclesiastica secolare, appare finta o forse solo il tramite per svelare le macchie che essa ha tentato di sopprimere con la grazia della redenzione. È nota al mondo intero la posizione che la Chiesa cattolica ha avuto, dopo la guerra, aiutando alcuni nazisti a sottrarsi alla giustizia. (Pensiamo al caso Eichmann). Così come la scena finale dove Emil sparge le ceneri del ex-nazista sembra pura finzione.
Perciò, pare di trovarsi in un mare d’innocenza narrativa per il modo in cui Donoghue è riuscito a scrivere il suo primo romanzo, su Auschwitz, senza mai sconcertare troppo il lettore. Auschwitz, in questo racconto, si rivela essere un luogo piuttosto bisemico, dove i giochi di abilità si mescolano con la moralità, e dove l’antagonista comprende il valore del pentimento, nonostante sulla coscienza ci siano tanti pesi quanti gli innocenti ingiustamente uccisi, come i due bambini di Emil.

 

La scacchiera di Auschwitz
John Donoghue
Giunti, 2015
Pagine 428
Prezzo di copertina € 14,00

 

Imma Paone

Imma Paone

Studentessa Universitaria