L’uomo che veniva da Messina – Silvana La Spina

Una vita intensa, quella di Antonio de Antoni, il pittore siciliano che raggiunse l’universalità per la bravura e l’originalità delle sue tecniche d’arte, dei «cristi sofferenti» e dei «ritratti di uomini smangiati dall’avidità e dalla lussuria». Della sua vita privata si sa poco, eppure un romanzo da poco uscito per Giunti, con la penna di Silvana La Spina, ci fornisce quello che è stato l’uomo, pittore, la cui sicilianità, il suo «genio in una terra povera di geni», nel periodo di quell’avara Catalogna, lo hanno portato lontano, e la cui tenacia alimentata da una sfrenata ambizione lo hanno ricompensato con l’immortalità delle sue opere. Antonello è stato L’uomo che veniva da Messina, un geniale «malacarne», che per la sua arte ha dato la vita stessa. L’amore per essa non lo ha mai abbandonato, e così è stato ripagato. Il libro narra di questo artista che in fin di vita ripercorre, rivolgendosi quasi in delirio, al suo maestro Colantonio, la sua giovinezza, l’incontro con l’arte, la Sicilia in mano ai potenti, le varie corti e ducati del 1400, Napoli, Mantova, Venezia, Milano… e la sua ossessione per l’olio, che solo i fiamminghi, e in particolare Van Eyck, sapevano usare. Questa ricerca di conoscere la pittura a olio lo ha portato fino a Bruges, dove ha conosciuto la figlia bastarda di Van Eyck, Griet, che sarà l’unica donna di cui si innamora, musa ispiratrice di una delle sue opere maggiori, L’Annunciata.

Antonello, amato dal nonno, da cui ha ereditato la passione verso i viaggi, la curiosità per la scoperta di nuovi mondi, l’indole sfrenata per le donne, aveva alle spalle una famiglia di uomini “rancorosi”, che non comprendevano il suo temperamento e che lo hanno costretto a contrarre un matrimonio di convenienza. Ma lui, divenendo pittore ammirevole, riceveva diverse commissioni, per cui stava spesso in giro per l’Italia. Sua seconda patria fu Venezia, che alla fine della sua vita, lo restituisce alla terra d’origine, ormai affetto da tisi. La peste del 1400, infatti, gravitava a Napoli, giungendo persino a Venezia.

Il Panormita era un siciliano e i siciliani, per esperienza di vita, da sempre si odiano tra loro.  È come una malattia, credetemi, mastro Colantonio. Un siciliano non vorrà mai che un conterraneo possa emergere, persino se il campo di cui si occupa è lontanissimo dal suo.
È un vizio, un peccato d’origine in tutti i miei conterranei… Persino nella mia famiglia è stato così.
Mio padre, mio fratello, mio cognato si sono lamentati dei miei viaggi, ma nessuno di loro mi ha seguito, nessuno ha preso il largo su una nave per andare a fare nuove esperienze. Non ha affrontato tempeste, pirati, malacarne e tutti quei banditi che si trovano per via… Ma poi ugualmente hanno invidiato le mie qualità e i miei successi.
È questo il vero mistero della mia gente. Anelano a qualcosa ma poi non la cercano veramente.

Silvana La Spina è molto brava a leggere l’animo dei suoi personaggi, e lo esprime attraverso la loro terra di appartenenza. Realizza un quadro analitico della Sicilia, terra emblematica, culla di diverse civiltà che si porta da sempre misteri ancora rimasti tali. Ma è brava anche a raccontare della terra fiamminga, ci ha fatto conoscere Bruges, avvolta nella nebbia, capace di intrappolare nelle sue acque più paludose persino chi l’ha tanto cercata, amata in qualche modo per via del celebre Van Eyck. E poi Venezia, la città dei dogi e degli speziali, delle calli, delle gondole, terra di ricchi e di “diavoli”. Attraverso la colta lettura di questo libro abbiamo avuto l’opportunità di viaggiare, e di ripercorrere la storia politica del 1400, con aneddoti, superstizioni, calunnie, e fatto la conoscenza di grandi uomini come Piero della Francesca, Mantegna, Pisanello, Giovanni Bellini, Leon Battista Alberti e tanti altri con la capacità di evidenziare le inquietudini dell’animo di chi ormai non c’è più. Antonello il Messinese come uomo non ha vissuto in modo esemplare, frequentava bordelli, osterie, ebbe figli illegittimi. Solo alla pittura rimase fermamente fedele. Nemmeno Griet, la donna di cui si innamorò con la testa e il cuore, riuscì a salvare, ma non perché non voleva, forse perché non ne era veramente capace.

Siamo tutti storie di storie, maestro. Così che tutte le vite e tutte le storie, nel loro intrecciarsi e ingarbugliarsi, possano formare la grande trama della storia collettiva.

Ogni capitolo comincia con la benedizione di una parte del corpo del pittore, perché egli ha peccato, e quando è pronto per morire, avrà fatto in tempo a essere benedetto in tutte le parti del corpo. Questa lettura ci ha insegnato molto, non solo fornendo una preziosa biografia, romanzata o meno, di questo straordinario pittore la cui fama raggiunse persino l’Olanda, ma ci ha illuminato su un aspetto della terra siciliana, ci ha permesso di comprendere cosa vuol dire essere “malacarne”, uomo “rancoroso” che di fatto è diverso da colui che porta rancore, ci ha parlato di destino e di chi il destino se lo è saputo costruire. Questa lettura ci ha permesso, inoltre, di conoscere l’arte della pittura, e quella della scrittura colta, di chi sa mescolare bene erudizione e letteratura. Ci ha fatto comprendere la storia di un siciliano divenuto il Messinese perché andò via dalla sua terra in cui tornerà solo per morire in pace.

 

L’uomo che veniva da Messina
Silvana La Spina
Giunti, novembre 2015
Pagine 348
Prezzo di copertina € 18,00

Maria Ausilia Gulino

Maria Ausilia Gulino

Teacher – Journalist