Silvana La Spina: quando la sicilianità è sintomo di genialità

Sulla vita di Antonello da Messina si conosce ben poco. Non esiste una dettagliata biografia, forse perché era un personaggio parecchio difficile caratterialmente; un uomo che fuggiva la sua terra, alla ricerca di una nuova pittura per affermare la sua genialità. Silvana La Spina, scrittrice poliedrica e ricercata, vincitrice di diversi Premi letterari, nata a Padova da madre veneta e padre siciliano, si è cimentata con il suo ultimo lavoro a ricostruire, attraverso un approfondito studio degli atti notarili e non solo, un romanzo sulla vita di questo pittore. In L’uomo che veniva da Messina, edito da Giunti, abbiamo potuto ricordare la fama di un uomo talentuoso che raggiunse persino l’Olanda, e l’autrice è stata capace di illuminarci su un aspetto della terra siciliana, quello dei “malacarne”, degli  uomini “rancorosi”; ci ha raccontato di destino e di chi il destino se lo è saputo costruire. Abbiamo avuto il piacere di conoscerla meglio, e di apprezzare ancor più il suo stile erudito e colto.

Lei, diverse volte ha ammesso di sentirsi più siciliana che veneta, mi dica, come vede questa terra?
La Sicilia è una madre “matrigna”, da cui si vorrebbe essere amati e invece si viene respinti. Così la vede Antonello, che vorrebbe viverci stabilmente ma non riesce perché questa non gli dà le cose di cui ha bisogno. Ci torna quindi malvolentieri, visto che la gente non riesce a cambiare. Non accettando questa “immobilità”, egli non si sente nemmeno accolto, ed è come se non gli appartenesse del tutto. Per essere diverso va, quindi, in cerca di una nuova pittura.

Perché, secondo lei,  il genio viene fuori quando ci si allontana dalla Sicilia?
Mah, è il problema dell’isola. Dell’insularità: o ci si adatta a viverci, oppure si va via, però col rimpianto di essersene andati. Le isole, alla fine, esercitano un potere catalizzante.

Come mai ha scelto di dedicare un romanzo a questo personaggio?
Ci pensavo da tempo. Mi sorprendeva il fatto che nessuno avesse mai scritto la sua storia, come mai fosse stata soltanto “sfiorata”, come ha fatto Vincenzo Consolo ne Il sorriso dell’ignoto marinaio, e sostanzialmente non è stata mai considerata nel suo insieme. Egli, sia per la pittura sia per il suo modo di vivere, è uno dei personaggi più rappresentativi della Sicilia, quindi mi sembrava giusto dedicargli un libro; anche se capisco perché non lo abbiano fatto: è un personaggio parecchio complicato, essendo un individuo che in quel periodo viaggiava molto bisognava visitarne tutte le corti, ripercorrere tutti gli incontri con gli altri artisti e mi rendo conto che ciò era un lavoro abbastanza complesso.

Cosa ci dice di Griet? E dell’ossessione per la pittura fiamminga?
Griet è chiaramente un personaggio inventato che è servito per la trama. L’ossessione per la pittura fiamminga l’avevano in molti in quel periodo, anche se essa creava dei problemi; in prima analisi era difficile risalire alla miscela, poi constava di un grosso limite: impiegava molto tempo ad asciugare.

Lei è una scrittrice affermata, il suo stile crea quasi dipendenza nel lettore, come si è formata, quali sono stati i suoi modelli letterari?
I miei sono quasi tutti angloamericani. Durante la mia infanzia io non leggevo Piccole donne, ma scritture “maschili” come James Fenimore Cooper, quello de L’ultimo dei Mohicani, e poi specialmente Jack London. Naturalmente anche i classici come Don Chisciotte. Uno dei miei, se vogliamo, “suggeritori” è pure Jose Saramago, quindi possiamo parlare di una letteratura europea. Ho iniziato con la lettura angloamericana per proseguire con quella spagnola. I due vertici della letteratura europea sono l’Inghilterra per la sua lingua sciolta, morbida, e la Spagna anche per il rinforzo datole dalla letteratura sudamericana.

Se dovesse fare il nome di un italiano?
Ne abbiamo tanti, io ho risentito degli scrittori della mia terra, Sciascia, il già citato Consolo, poi amo molto anche Calvino, che comunque ritengo sia uno scrittore dallo stile “poco italiano” sia per gli argomenti trattati che per le tecniche narrative.

Un libro a cui è particolarmente legata?
Quando ero ragazza mi piaceva molto Martin Eden di Jack London, dove si parla della formazione dello scrittore sotto forma di lotta continua che fa il pioniere per conquistare il West, ovvero della carriera di costui vista come lotta estrema e lotta suprema, concretizzata da un individuo che è quasi analfabeta e che deve conquistare il mondo della scrittura.
Martin Eden è la storia di un marinaio che, innamorato di una ragazza dell’alta società, per conquistarla vuole diventare scrittore e quindi decide di affrontare tutte le difficoltà dell’uomo che manca di formazione letteraria. Alla fine riesce a studiare e apprendere tutti i movimenti letterari e sociologici; ma diventando “qualcuno” si rende conto che è diventato nessuno. Questa lotta per conquistare se stesso e le tecniche apprese sono espresse quasi come una lotta del pioniere americano.

Tornando ad Antonello da Messina, come ha fatto a ricostruire la sua vita?
Su Antonello si sa pochissimo. Tutto ciò che ho potuto apprendere l’ho riscontrato attraverso gli atti notarili (atti in cui annotava il rapporto con il proprio committente), ma credo sia cosa ovvia che di tutti i pittori come individui di quel periodo si conosce poco. Il resto l’ho inventato immaginandolo. In quel periodo le persone viaggiavano molto, si costruivano il proprio destino, pensi a San Tommaso che nel 1200 andava da Bologna fino a Parigi per insegnare. Tutto il mondo è stato in continuo movimento. Oggi chiaramente è più facile, ma pensi alle Crociate, ai commercianti che andavano fino in Russia, a un Marco Polo che raggiunse la Cina, quindi la gente viaggiava con il senso dell’avventura malgrado le difficoltà. Antonello può essere considerato un avventuriero.

Antonello ha costruito il suo destino, ha ereditato il carattere dal nonno?
Il legame col nonno e la lotta col padre sono delle caratteristiche che ho creato io, di certo sappiamo che il padre faceva il mazzono, il nonno aveva un bringantino e un barcone, al resto si è aggiunta un po’ di fantasia.

Oggi i giovani appaiono parecchio deboli. Avrebbe un consiglio da dare loro, atto a fortificare il carattere?
Non si può diventare forti se nessuno ci spinge a farlo. Più ancora che lotta per la sopravvivenza, oggi c’è una grande competizione. Questo egoismo, che si è diffuso come una piaga, alla fine porta il giovane a invidiare l’altro. Non a formare se stesso.

 

Maria Ausilia Gulino

Maria Ausilia Gulino

Teacher – Journalist