Anche Francesco le diceva – Natale Fioretto

Ci siamo mai chiesti perché usiamo le parolacce? E come mai alcuni termini vengono distinti in cattivi e buoni? Il registro linguistico usato da tutti noi di solito viene assorbito in modo automatico, per questioni culturali e sociali, poi ci si mette la morale di mezzo ed ecco che si innescano quei sistemi che distinguono il buono dal cattivo. Questo vale un po’ per tutti gli argomenti e i registri, a maggior ragione per la lingua parlata. Così, per capire come mai qualcuno usa degli intercalari che in qualche modo “rilassano” o che addirittura possono assumere un effetto “calmante” o addirittura “liberatorio”, il docente di lingua italiana e traduzioni dal russo, Natale Fioretto, presso l’Università per stranieri di Perugia, ha scritto un nuovo saggio, esattamente sulle parolacce, documentando che persino Francesco d’Assisi le usava. Esatto, proprio San Francesco! E con lui anche Lutero e Schopenhauer! Si tratta, nel loro caso, di parole usate per potenziare l’impatto persuasivo che volevano avere sulle persone. Infatti la parolaccia non a caso dice molto di più, in determinati contesti, di perifrasi.
Quella di Fioretto è una riflessione sociolinguistica che parte dagli albori documentabili fino ai giorni nostri. In che modo insomma queste si sono evolute e diffuse.

Nei suoi molteplici usi, il turpiloquio, laddove occorra, si fa veicolo dell’emotività dell’emittente di un messaggio e di conseguenza l’intensità della scurrilità è proporzionale a quella delle passioni messe in gioco, esplicite o implicite, primarie o secondarie che siano.

In Anche Francesco le diceva si cerca di sondare il terreno emotivo dell’interlocutore. Perché secondo il docente molto dipende dal tipo di carattere di chi queste parole le usa. Ma non solo, egli ripresenta molti tabù che ormai di fatto sono superati, e con essi ci fa notare come le parole cattive facciano sempre riferimento al sesso e alla bestemmia.

Abbiamo potuto notare che la trasgressione linguistica può essere ricondotta a tre funzioni principali: espletiva, di tipo reattivo: «Cazzo!», «Che cazzo vuoi?», che non contempla la presenza di un interlocutore; abusiva, rivolta a qualcuno che si vuole deliberatamente offendere; abituale «in cui la parolaccia, intercalare oggi privilegiato in certi ambienti e registri familiari, tende a perdere la sua connotazione volgare e si desemantizza». Alle tre principali, andrebbero aggiunte le parolacce con una valenza che potremmo definire autoreferenziale con valore difensivo: «Sono proprio uno scemo!»

Chi utilizza le «male parole» chiaramente non ha alcun timore nei confronti del suo interlocutore e dimostra una certa aggressività che può ridimensionare con il linguaggio. Un saggio originale, perché ribadisce con attente analisi linguistiche e socioculturali in che modo le emozioni dell’uomo possono sfociare verso la violenza, seppur solo verbale. E ci mette al corrente che poi, nel concreto, bestemmiare, o parlar male fuori luogo, non serve praticamente a niente, se non che a far emergere nelle discussioni il semplice cattivo gusto.

Anche Francesco le diceva
Natale Fioretto
Graphe.it, 2016
Pagine 36
Prezzo cartaceo € 5,00
Prezzo ebook € 1,99

Maria Ausilia Gulino

Maria Ausilia Gulino

Teacher – Journalist