Giulia Caminito: raccontarsi attraverso l’Africa

 

La Grande A (Giunti, 2016) è stato una bella scoperta: un libro lungo ma che si legge veloce, una storia passata ma raccontata in maniera moderna, una vita esageratamente complicata ma che semplifica le nostre. Questa di semplificare le nostre è una cosa non da poco. In letteratura succede quando per quanto esorbitanti, particolari, poco ordinarie possano essere le storie dei personaggi, possiamo ricondurle a un minimo comun denominatore condiviso, che nella fattispecie è l’estrema verità delle situazioni proposte, qualunque sia la loro veste narrativa: la difficoltà di crescere; i successi e gli insuccessi della vita; l’importanza – in negativo e in positivo – di certi incontri; la forza innegabile dei rapporti umani; le diverse declinazioni di quel sentimento che crea e mantiene i legami affettivi tra le persone; la conquista dell’identità. In un romanzo di esordio, sono tutti elementi in grado di produrre un certo interesse: ne abbiamo parlato con la sua autrice, Giulia Caminito.

Il tuo lavoro (editor per una Casa editrice romana) è a contatto coi libri: lo stimolo a scrivere un romanzo tuo è nato prima e indipendentemente da questo, oppure ne è stato influenzato?
Devo dire che è nato prima fin dai tempi dell’università, ma sicuramente sono cresciuta molto grazie al mio lavoro nella casa editrice Elliot di Roma, grazie ai testi di cui mi sono occupata in questi due anni e mezzo.

Leggiamo che nello scrivere La Grande A ti sei ispirata alla storia della tua famiglia, in particolare alle vicende dei nonni e della bisnonna, che fece parte della comunità italiana d’Etiopia ed Eritrea e che possiamo assimilare al personaggio dell’Adi: da cosa è nata la decisione di raccontare quella storia in un libro? Il fatto che fossero in parte vicende autobiografiche ha complicato o semplificato la stesura?
L’idea è nata perché ero stufa di scrivere cose di semplice mia invenzione, ma sentivo la necessità di ancorarmi a qualcosa di più complesso che mi spronasse nella scrittura. Da sempre avevo sentito i racconti relativi alla vita sia di mia nonna che di mio nonno in terra d’Africa, ne ero incuriosita e affascinata e allora ho deciso di provare a scriverne. Sicuramente non è stato semplice occuparmi delle emozioni dei miei famigliari, in questo ero un po’ trattenuta all’inizio e ho dovuto lavorarci, per sciogliere certi punti e rendere più manifesta la psicologia delle protagoniste.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti, e cosa ti colpisce in un libro?
Ho molti scrittori e scrittrici preferiti in realtà. Mi limito agli italiani altrimenti viene una lista lunghissima. Dei contemporanei apprezzo molto Paolo Teobaldi, Paolo Cognetti, Lorenza Pieri, Elisa Ruotolo, Elena Ferrante, Maurizio Torchio, Monica Sarsini e Laura Fidaleo. Del passato amo Livia De Stefani, Mario Tobino, Bruna Piatti, Giuliana Ferri, Vasco Pratolini, Alberto Savinio e Giuseppina Delle Case. E molti altri del nostro Novecento, diciamo questi qui quelli che mi hanno segnata di più nella scrittura.
Nei libri vengo attratta molto dal linguaggio con cui vengono scritti, più di ogni altra cosa ho una predilezione per la lingua.

Come è stata l’esperienza dell’esordio?
Penso stia procedendo bene, sto ricevendo interesse e affetto dalle persone che hanno deciso di leggere il libro.

Il tuo stile di scrittura credo sia uno dei più particolari, immediati e mimetici (pur conservando intatta un’alta quantità di arte) che abbia incontrato: è stato una conquista raggiunta lavorandoci nel tempo, o rappresenta la tua voce “naturale”?
Intanto grazie per queste tue considerazioni. Devo dire che ho attraversato anche io varie fasi però questa è quella sicuramente più personale e mia, che è emersa negli ultimi anni.

Se ti chiedessero qual è, del tuo libro, il personaggio a cui sei più legata, cosa risponderesti? Vorresti spendere due parole sul rapporto non sempre piano eppure fortissimo che lega Giada e sua madre Adele?
Il personaggio sicuramente è quello di Adele, perché quando ho iniziato a scrivere non immaginavo che lei avrebbe preso così piede nel libro, ma mi sono appassionata scrivendola, è come se fosse diventata la mia voce interna a romanzo. Giada è una bambina all’inizio che vive nel mito della madre, perché Adele è una donna forte, dal carattere bizzoso, effervescente ma anche duro, che sa trascinarti, vive al suo modo, non si fa condizionare, parla nella sua maniera, fuma le sue sigarette, ama gli animali ma va anche a caccia, gestisce un bar alle soglie del deserto e odia i circoli dove si riuniscono gli italiani, è una donna che basta a se stessa in qualche modo. Nel corso del libro, quando Giada cresce e la raggiunge in Africa, tra loro si crea un’intesa, si spalleggiano, si danno man forte, e Adele riesce ad aiutare sempre la figlia a prendere le decisioni migliori, la salvaguarda. Giada non sarà mai come sua madre, ma riuscirà a starle al fianco capendone l’importanza ma senza subirne troppo la presenza, organizzando la propria vita secondo le proprie idee e priorità.

La Grande A mi ha fatto pensare, e forse sono solo suggestioni, da un lato a L’amore ai tempi del colera, dall’altro ai Graphic Novel di Pratt, in particolare a Le Etiopiche e a tutti gli acquerelli autobiografici dedicati all’Africa (dove il padre era ufficiale dell’esercito coloniale, in Abissinia): cosa ha ispirato le tue descrizioni? Esiste davvero il mal d’Africa?
Mi sono dedicata molto al materiale iconografico comprando libri fotografici di alcuni viaggiatori che avevano visitato quelle terre e vedendo anche film e documentari. Inoltre ho avuto la fortuna di poter chiedere sempre a mia nonna di aiutarmi con dei dettagli a colmare la mia distanza temporale e fisica rispetto all’Africa. Io credo che in lei come in molti di quelli che hanno vissuto lì sia rimasto questo sentimento di nostalgia profondo. Lei ricorda tutto di quegli anni e di quei luoghi e penso lì abbia trascorso gli anni migliori e peggiori della sua vita.

I tuoi personaggi, uomini, donne, bambini, ragazzi (e di qualsiasi provenienza e nazionalità) sono credibili: cosa ha maturato in te questa sorta di “saggezza” della vita che traspare dalla maniera in cui ritrai persone e comportamenti?
Grazie per questa idea che ti sei fatta leggendo. Penso i libri, penso siano stati loro in questi anni ad aiutarmi a capire come volevo provare a parlare del mondo.

Se invece che l’autrice fossi l’editor, dove collocheresti La Grande A a livello di genere letterario e destinatari?
Non sarebbe facile, è un romanzo storico in qualche modo ma non fino in fondo, è anche un romanzo femminile ma non vuole rivolgersi solo a un pubblico di donne, è infine una proposta di stile personale, un lavoro sulla lingua e sulle sue possibilità, ma è comunque un primo romanzo e non il lavoro di uno scrittore o scrittrice completamente consapevole. Direi che lo proporrei come la fusione di tutte queste cose insieme: la storia, le donne e gli uomini, la sperimentazione linguistica e un po’ di inconsapevolezza giovanile.

Pensi che scriverai un altro libro?
Lo spero vivamente. Sto iniziando a progettare sia una raccolta di racconti che il secondo romanzo. Per il romanzo vorrei spostarmi indietro nel tempo e raccontare un’altra parte della storia della mia famiglia che ha a che fare con le campagne milanesi da una parte e con gli anarchici marchigiani dall’altra. Dovrò però studiare molto per raccogliere il materiale che mi servirà, quindi per il secondo romanzo avrò bisogno di tempo sicuramente. Bisogna anche vedere come andrà con La Grande A. Di certo a me piacerebbe continuare a scrivere.

Teodora Dominici

Teodora Dominici

Articolista, collaboratrice editoriale free-lance e scrittrice in pectore