I difetti fondamentali – Luca Ricci

È uscito oggi un libro corposo quanto un romanzo ma che romanzo non è per niente, la nuova raccolta di racconti dello scrittore pisano Luca Ricci, sull’abilità del quale hanno avuto modo di pronunciarsi voci come quelle di Raul Montanari, Francesco Longo e Marco Belpoliti, oltre al diffuso consenso di lettori più o meno specializzati ma certamente in grado di apprezzare un racconto, quando è ben scritto. Sottolineo “racconto” e “raccolta di racconti” perché la narrativa breve è notoriamente un genere meno frequentato rispetto alla narrativa di ampio respiro, al romanzo, anche se nello sfaccettato panorama editoriale italiano stanno nascendo e sono nate alcune realtà molto attente alle potenzialità del racconto, alle sue possibilità, alle sue particolarità formali più selettive forse, ma tali da poter giustificare un’espressione come “arte del racconto”, laddove “arte del romanzo” suonerebbe inevitabilmente stonato.
I difetti fondamentali (Rizzoli, 2017) è il titolo che campeggia in copertina, nel bel mezzo di un letto bianco che ricorda una miniatura fiamminga. È un titolo che rappresenta già una mezza dichiarazione di poetica. Ma di cosa parla il libro?

«Le “storie di scrittori” fanno parte di una branca carsica ma abbastanza frequentata della letteratura», spiega l’autore. «Quasi tutti gli scrittori, a un certo punto, hanno messo in scena un personaggio (non per forza un alter-ego) che faceva il loro stesso lavoro. È una questione di mettere a fuoco l’identità, piuttosto che un giochino meta-letterario. Si pensi al Mann di La morte a Venezia, o al Joyce di Ritratto dell’artista da giovane, o agli Scrittori inutili del nostro Cavazzoni. Il mio libro nasce nello stesso solco. Non volevo creare un altarino o scivolare nel romanticismo epigonale di un Enrique Vila Matas, per cui mi sono detto che dovevo partire dai difetti, dalle pulsioni terrene, da ciò che fa somigliare uno scrittore a tutti gli altri esseri umani. Per fare dei ritratti credibili dovevo partire dai difetti.»

Contestualizzata in questo modo, la caleidoscopica galleria di “tipi” proposta, che corrispondono ad altrettanti racconti, può essere esplorata senza riserve, come in una discesa agli inferi della narrazione. Ci sono “Il rothiano”, “Il rifiutato”, “L’adultero”, “L’affittacamere”, “Lo scomparso”, “L’invidioso”, “L’eccitato”, “Lo stregato”, “Il suggestionabile”, “Il manierista”, “Il solitario”, “La canonizzata”, “Il velleitario” e “Il folle”, quattordici articolate storie difettose, che ruotano tutte – più o meno da vicino – attorno al grande fulcro da indagare, la figura dello scrittore.

«Deve pensare allo scrittore come a un tizio che non ha vertigine della frase, e che può sporgersi tranquillamente dall’alto di quanto ha scritto senza provare paura, per prendere fiato e riattaccare a salire scrivendo», si dice ne Lo stregato, uno dei racconti più godibili della raccolta, nel quale un giovane aspirante riesce a imbucarsi alla premiazione dello Strega regalandocene una fulminea parodia. Altrove questa visione propositiva viene smantellata, in maniera sistematica, attraverso la messa in scena di figure fortemente contradditorie, ai limiti dell’umano, e l’avvicendarsi di sentenze definitive, che non lasciano scampo: «Avevo sentito dire a un autore in tv che per riuscire nella scrittura bisognava prima fallire in tutto il resto», e «In chi scrive, a torto o a ragione, c’era sempre un sottinteso: la pretesa che le proprie cose valessero la pena di essere lette», ne Il velleitario, oppure «I miei legami affettivi si riducevano a un tenue affetto verso i miei tenui personaggi. Non scrivevo mai dove vivessero, che lavoro svolgessero, com’erano fisicamente. Ero disposto a tutto purché il lettore non si identificasse in loro e la sospensione dell’incredulità andasse in vacca», ne L’affittacamere.

Addentrandosi nella materia narrata, negli inferni personali di ciascuna delle figure presentate, ci si trova dinanzi al matrimonio visto in una luce negativa, allo spazio privato e familiare della casa vissuto come una cosa soffocante, all’università e nella fattispecie la facoltà di Lettere vista come una cosa inutile, agli studenti visti come dei disperati e dei semi-delinquenti, ai professori visti come satiri e palloni gonfiati, agli scrittori visti come degli esseri fortemente instabili psicologicamente, alle donne viste come degli oggetti desiderabili, dei soggetti fastidiosi oppure delle pedine manovrabili, allo scrivere visto come un’attività frustrante, non del tutto controllabile e nella migliore delle ipotesi alienante, all’individuo visto come persona sola e non salvata dalle relazioni sociali, alla società vista come microcosmo aggressivo e tenuto insieme da leggi utilitaristiche, all’ambiente circostante visto come sfondo o sottofondo, e al lavoro visto come fonte di malessere e di insoddisfazione. Insomma, ce n’è per tutti, una bella radiografia della realtà intesa nella sua veste più allarmante. Non per niente l’abilità di Ricci è stata descritta nei termini di una «voce giovane, ma di una giovinezza malata, minata da un’intelligenza divorante, minacciosa» (Raul Montanari).
I racconti più belli sono L’invidioso, allucinata polemica contro la spersonalizzazione delle librerie e l’annacquamento del valore del libro, Lo stregato, di cui abbiamo già parlato, e Il solitario, tutto giocato sul dialogo, dove le battute di un uomo “dentro” e di una donna “fuori” da una porta si alternano come in un rivisitato contrasto medievale.

Omaggi ed echi di grandi scrittori in tutta la raccolta, di Bianciardi ne L’adultero, per esempio, o di Kafka ne Il suggestionabile, dove un giornalista si misura con una metamorfosi se possibile ancora più inquietante di quella di Gregor Samsa.
Alla fine di una lettura volta alla problematizzazione, alla decostruzione, verrebbe da citare la sorridente e acuta provocazione dello stesso Luca Ricci, là dove dice, prestando le parole a un personaggio: «Perché scrivere, se si può leggere Borges?».

 

I difetti fondamentali
Luca Ricci
Rizzoli, 12 gennaio 2017
Pagine 352
Cartonato € 20,00
Ebook € 9,99

Teodora Dominici

Teodora Dominici

Articolista, collaboratrice editoriale free-lance e scrittrice in pectore