Cedi la strada agli alberi – Franco Arminio

Non mi piace recensire poesie e non per mancanza di interesse, al contrario, perché sento un profondo rispetto per la sensibilità dei poeti. La poesia va percepita, non va spiegata, così come l’anima di chi la scrive. Ma trovandomi di fronte al poeta Franco Arminio, posso dire di aver avvertito chiaramente autenticità. La sua emanazione poetica è una trasmissione diretta, proprio come il calore del Sole in una giornata primaverile: morbidamente intima ed elegantemente semplice.
In un linguaggio misto tra prosa descrittiva verseggiata e distillato del suo più sentito respiro alchemico, il poeta ci racconta della vita e del senso che egli stesso ne trae attraverso il suo attento osservare.

Cedi la strada agli alberi è un percorso in cui le parole si fanno cammino di crescita e consapevolezza, in cui gli abitanti che lo popolano sono i momenti e gli affetti più importanti. Una raccolta, questa, in cui l’autore sceglie accuratamente i testi da trasmettere, affermando egli stesso che

«è stato molto faticoso decidere cosa tenere e cosa togliere in questa che considero la mia prima vera raccolta in versi. Eccola, è come un’anguilla sull’autostrada. / È il lampo di luce / che la distingue dal catrame»

In un momento storico così delicato il poeta ci ricorda che «abbiamo bisogno di contadini, / di poeti, gente che sa fare il pane, / che ama gli alberi e riconosce il vento», e che  «oggi essere rivoluzionari significa togliere / più che aggiungere, rallentare più che accelerare, / significa dare valore al silenzio, alla luce, / alla fragilità, alla dolcezza».

Nei versi del poeta si legge la tristezza di un’Italia bellissima ma abbandonata e ingiustamente trascurata – «per riabitare i paesi bisogna credere ai ragazzi che sono rimasti e a quelli che potrebbero tornare» – e si legge di un Sud disadorno e disarmato, dove si ripetono quasi necessariamente le memorie delle tradizioni e delle abitudini di paesi che hanno tenuto in vita delle realtà in cui la più piccola delle cose diventava saggia lezione di vita, onorata ancora adesso attraverso la bellezza dell’arte:

«Per raccontare certi luoghi ci vogliono la poesia,
il teatro, il canto.
Io sono la parte invisibile
del mio sguardo,
l’entroterra
dei miei occhi».

Versi in cui vive la verità profonda della morte, come parte integrante della vita, che non segna una vera fine, ma potrebbe silenziosamente insegnare la profondità della vita: «L’esistenza educa le forme / ad appassire. Dal mio nome ogni giorno / cade una lettera». E di ricordi, che frequentemente visitano l’influente e, sembrerebbe, predominante figura della madre poiché, scrive il poeta, «Tutto viene da mia madre, / dal suo perenne sgomento, / come se la vita non fosse / mai veramente possibile, / come se bastasse un cenno / a sparpagliare nel nulla le membra. / Io ho preso nell’infanzia / questo sentimento / come si prende una radiazione / e ora ogni mio respiro è l’ossigeno / del timore, la sua lenta / o improvvisa combustione. ». E ancora: «Sono qui che lavoro contro il mio destino, / contro mia madre, / contro la noce scura in cui mi ha concepito.», «L’infanzia si precipita negli occhi, / mia madre mi parla / con un battito del cuore».

Balsamiche e deliziosamente raffinate sono le poesie dedicate all’amore. Il poeta vive il sentimento con sottile intensità e come un porto in cui sciogliere totalmente i nodi della mente e far spazio alla libertà dell’essere fintanto che dura: «La prima volta non fu quando ci spogliammo / ma qualche giorno prima, / mentre parlavi sotto un albero. / Sentivo zone lontane del mio corpo / che tornavano a casa». E ancora: «Ma se d’improvviso una sera / ci guardassimo negli occhi / avremmo fatto un buon uso, / un uso semplice e profondo / di noi e del mondo».

Franco Arminio vive di ispirata poesia. Egli stesso afferma: «Mi ha costruito il vento,  / un vento freddo, il vento del Venerdì santo. […] Sono un ragazzo di montagna, / so di terra e di vento e di amarezza.». Un poeta, dunque, profondamente intriso di quella malinconica condizione di incompiutezza che genera la necessità della bellezza, anche attraverso lo sconforto e il dispiacere. Anche attraverso le mancanze e le assenze.

Molto interessanti, nella parte finale della raccolta, anche le sue riflessioni sul suo essere poeta e sulla poesia.
Non dimentichiamo che i veri poeti sono visionari e che occorre dar loro più spazio. Per cui

«Impara a chinarti su un mendicante,
coltiva il tuo rigore e lotta fino
a rimanere senza fiato.
Non limitarti a galleggiare,
scendi verso il fondo
anche a rischio di annegare.
Sorridi di questa umanità
che si aggroviglia su se stessa.
Cedi la strada agli alberi.»

 

Cedi la strada agli alberi
Franco Arminio
Chiarelettere, Febbraio 2017
Pagine 160
Brossura € 13,00
Ebook € 7,99

Monica Murano

Monica Murano

Giornalista e poetessa