Scuola e maestri dall’età antica al medioevo – Laura Mecella e Luigi Russo

Nel pieno della discussione contemporanea dove viene rivisitata la figura del docente si inserisce la pubblicazione di un saggio che analizza la figura del maestro a cura di Luigi Russo e Laura Mecella, entrambi docenti universitari presso l’Università Europea di Roma. Si intitola Scuola e maestri dell’età antica al medioevo, edito da Studium e analizza la figura di alcuni dei più facoltosi personaggi storici che hanno dato vita alla cultura e all’istruzione. Il saggio è composto da 9 capitoli e in ognuno di essi viene analizzato un personaggio di spicco che ci permette di riflettere sull’emergenza educativa e quanto le figure professionali sono oggi in obbligo “di cura” nei confronti dei loro discenti.

Il primo capitolo scritto da Giuseppe Mari disserta sulla figura del docente inteso come maestro, partendo dall’antichità classica e ponendo esempi pedagico-letterari come la scuola di Summerhill: bisogna innanzi tutto capire quali sono i compiti del docente oggi, e se come anche nel passato è possibile considerarlo “maestro di vita”.
Interessante è anche il capitolo 2 di Giuseppe Tognon che si sofferma sui modelli dell’educazione classica analizzando l’opera di Marrou: quanto incide la Storia nell’educazione? Quanto è importante il rapporto tra modelli culturali e progresso civile?

«Marrou abbonda nelle analogie tra passato e presente e nelle concettualizzazioni, come quando insiste sulla separazione tra scuola pubblica e privata – che è una classificazione piuttosto moderna – o sulla tripartizione tra istruzione elementare, secondaria e superiore in Grecia – che è troppo schematica; sulla comparazione tra l’uomo ateniese e l’uomo contemporaneo o tra la città greca, lo stato romano e i regimi totalitari, spingendosi fino a mettere in parallelo l’educazione spartana e quella nazista.»

Per lo storico francese bisogna valorizzare la storia come interlocutrice morale del presente e in questo processo è impossibile fare a meno della retorica classica, «capace di fondere le forme della parola e la conoscenza dei casi con i sentimenti della vita».
Francesca Romana Nocchi partendo da Aristotele e Quintiliano spiega quanto l’insegnamento pubblico stimoli l’emulazione, l’agonismo ed educhi all’educazione. Lei mette in evidenza la mancanza di un riconoscimento economico e sociale adeguato, spesso determinato dalla «miopia delle istituzioni».
Claudio Giammona analizza, invece, i metodi delle prime fasi dell’insegnamento a cura di grammatici e litteratores.
Procedendo con l’interessante lettura del saggio veniamo a conoscenza, grazie a Lidia Capo, che anche i Longobardi hanno dato un contributo alla scuola soprattutto per quanto riguarda la formazione:

«l’uomo che è andato a scuola – se ha avuto la fortuna di incontrare almeno qualche insegnante davvero bravo, che non abbia inteso il suo compito solo come trasmissione impositiva di un sapere codificato – dovrebbe avere sia un buon patrimonio di nozioni e abilità, che lo instradino nella vita costituendo una base accettabile di conoscenza a vasto raggio, sia un atteggiamento attivo di fronte al mare di informazioni e “deformazioni” provenienti dall’esterno, che lo renda capace di orientarsi in esse e consapevole che a volte è necessario un supplemento di indagine per formarsi un giudizio personale sulle cose, se non si vuole solo ripetere quello che si è sentito dire, spesso orientato di proposito in una direzione distorta, altrettanto spesso frutto di un giudizio frettoloso formulato senza cognizione di causa».

Interessante il capitolo firmato da Laura Paladino dedicato a Gerberto d’Aurillac, l’umanista ante litteram, letterato ed eccellente scienziato, che divenne papa con il nome di Silvestro II, i cui metodi di insegnamento sono ancora utili per molti di noi. A confronto Guirberto di Nogent, di cui ci parla Luigi Russo, ha un’impronta più severa, probabilmente per la vita più problematica. A lui è strettamente legata la figura del maestro Salomone. I primi anni di formazione di Guirberto sono stati parecchio punitivi, con schiaffi e frustate: questo era il metodo educativo di stampo medievale dove l’accento era posto maggiormente sulla rettitudine del comportamento piuttosto che sui contenuti disciplinari.

Ma la tipica figura del maestro dotto e colto per eccellenza, anche parecchio rinomato, è quella del filosofo Pietro Abelardo, che nel testo viene presentato da Riccardo Fedriga:

«La logica per Abelardo non è solo “parte e strumento della filosofia” ma anche la disciplina dalla quale ha avuto inizio la sua professione di insegnante e sulla quale ha scritto tutto l’arco della sua esistenza».

Con Abelardo conosciamo l’arte del comunicare, non a caso di lui si innamorò la giovane allieva Eloisa: con lei visse una intensa e tormentata storia d’amore di cui oggi abbiamo testimonianza grazie alle loro lettere. Fedriga ne ripercorre la vicenda perché a causa di quella intensa passione Abelardo ebbe una punizione troppo estrema che lo portò anche alla vergogna.
Il saggio si conclude con uno studio a cura di Laura Mecella e Umberto Roberto su Massimo Planude, tipico eclettico intellettuale, che ci ha lasciato in eredità un modo nuovo per l’apprendimento della storia.

Un testo nel complesso parecchio interessante, che offre svariati spunti di riflessione per quanto riguarda la sfera dell’educazione e dell’insegnamento.

 

Scuola e maestri dall’età antica al medioevo
Laura Mecella e Luigi Russo
Studium, 2017
Pagine 170
Brossura € 16,50