La scuola della disobbedienza – Don Lorenzo Milani

La scuola della disobbedienza di Don Lorenzo Milani, Editrice Chiarelette 2015, è preceduta da una nota editoriale di Roberta De Monticelli Dell’obbedienza e della servitù e da una postfazione di padre Ernesto Balducci Il carisma di Don Milani. Una nota di presentazione ritrae Don Milani come un prete scomodo, che a 20 anni viene nominato cappellano in un paese di contadini e operai, San Donato di Colenzano, ove nasce il suo primo esperimento contro la scuola classista, la quale condanna i ragazzi alla servitù e all’ignoranza; la chiesa lo isola in un piccolo centro sopra Firenze, Sant’Andrea a Barbiana. Nel 1965 Don Milani, in risposta ad un gruppo di cappellani militari, che avevano emesso un comunicato ufficiale definendo vile e anticristiana l’obiezione di coscienza, viene rinviato a giudizio per apologia di reato, viene assolto e prima della sentenza di appello il reato viene dichiarato estinto per la morte del reo.

Quasi una catarsi emotiva di gruppo si compie fra i ragazzi della scuola di Don Milani quando viene pubblicato il libro Una lettera alla professoressa, in cui si parla dell’insegnante e della scuola, della timidezza, del diritto allo studio, ma soprattutto si parla della grande voglia di non sentirsi diversi dagli altri, ciò l’ha fatto diventare uno dei libri maggiormente diffusi nel mondo e la migliore risposta alle critiche graffianti ricevute a quei tempi.

A che serve avere le mani pulite se si tengono in tasca: questo è il titolo della prima edizione del 2011, mentre nel 2015 il libro è preceduto da una lettera ai giudici L’obbedienza non è più una virtù, lettera di difesa all’accusa rivoltagli, che sostituiva la rinuncia all’Avvocato difensore, mentre il giudice lo affidava ad un difensore d’Ufficio. Adesso Roberta De Monticelli nella prefazione abbraccia Socrate e Antigone, quali simboli dell’obbedienza e della disobbedienza, mette in risalto che le leggi della coscienza, pur non scritte, sono dettate dall’amore e che obbedire ad una legge e non ad un uomo che si pone al di sopra di essa, è qualcosa di sacrosanto ed è la più alta esercitazione della libertà. Contrariamente a Socrate Don Milani dice: «non posso dire ai miei ragazzi che l’unico modo di amare la legge è obbedirla», ma non per questo sposa la disobbedienza tragica di Antigone che, creando un parallelo all’obbedienza cieca come servitù, crea un minimo denominatore comune tragico fra obbedienza e disobbedienza.

Non si esercita la virtù civile solo con lo slancio del cuore. Si esercita, ad esempio, nel «violare la legge di cui si ha coscienza che è cattiva e accettare la pena che essa prevede».
Come Socrate non accettò l’aiuto di Critone neanche Don Milani accetta l’aiuto di qualcuno che voglia esprimergli solidarietà, indica, invece, ai suoi ragazzi come far parlare la propria coscienza con tutta onestà. Comprendere il valore della legalità per i giovani è importante tanto quanto parlare della legge divina, in quanto essa non stabilisce un primato sulla legge terrena della legalità repubblicana, ma il primato della coscienza sulle leggi dello Stato, una coscienza che non può parlare in nome dell’assoluto, come avverte la brava Simone Weill, la quale, come Don Milani, considera la disobbedienza umana non in nome di Dio ma della propria coscienza. Don Milani va oltre, espande i suoi ragionamenti sull’obiezione di coscienza fino a giungere all’art. 11 della Costituzione Italiana «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli.» Nel fare il distinguo fra obbedienza e servitù e ponderando il senso delle istituzioni mette in evidenza il valore della legalità e colloca sullo stesso piano governanti e governati. Roberta De Monticelli mette in risalto La fabbrica dell’obbedienza di Ermanno Rea, che illustra il volto «demoniaco del potere, l’invenzione del fascismo e la trasformazione della politica in crimine, ricatto, delazione, scandalo, imbroglio», la fine del risorgimento nella dittatura fascista e il rischio che corre la costituzione italiana oggi. Mostra lo scenario delle figure dell’obbedienza e della disobbedienza, dei doveri e dei diritti, che come in una equazione «stanno alla libertà dei cittadini come la sudditanza al potere illimitato sta alla libertà dei servi». Oggi a svuotare di sostanza la nostra democrazia non è l’eccesso di obbedienza ma il disprezzo della legalità, a sostenere questi falsi servitori, afferma Roberta De Monticelli, siamo noi con i milioni e milioni di abusi, condoni, tangenti, impunità, soprusi e indulgenze. Ed è per questo che chiede insistentemente di leggere Don Lorenzo Milani.

Il 23 febbraio 1965 Don Milani viene imputato per avere difeso l’obiezione di coscienza e viene accusato per apologia di reato. Egli non si presenta all’udienza e non si nomina un avvocato difensore, affermando l’inutilità della difesa di altri, gli si affida, quindi, un avvocato d’ufficio, ma in contemporanea ha un altro coimputato, è la rivista Rinascita, per avere pubblicato la sua lettera sul giornale. Nel descrivere il suo ministero di sacerdote e di maestro evidenzia che lavora 12 ore al giorno per 365 giorni l’anno, che con tutti i ragazzi forma un’unica entità, infatti insieme e in modo univoco reagiscono al comunicato stampa dei cappellani militari contro l’obiezione di coscienza. Egli afferma che l’unica ricreazione, cioè svago, che concede ai suoi ragazzi è quella di dire le cose in libertà, che altri non dicono, infatti coglie l’occasione per affermare il primato della libertà di coscienza, insegnando a rispettare le leggi, a violarle o a battersi col voto per modificarle se sono leggi cattive, predica la disobbedienza civile e lo sciopero se è necessario.

«Nessuno di loro è venuto su anarchico. Nessuno di loro è venuto su conformista. Informatevi su di loro. Essi testimoniano a mio favore.»

Un tempo si diceva che le guerre si facevano per la Patria e per i confini delle nazioni, l’Impero veniva considerato la gloria di tutti, senza far sapere, però, che le capanne degli etiopi bruciavano con i loro bambini e le loro donne, mentre già dei soldati, ubbidienti a Mussolini e a Hitler, si preparavano per consegnarci cinquanta milioni di morti. Don Milani passa in rassegna tutti i mezzi leciti e illeciti usati nelle guerre e lamenta il fatto di essere stato incriminato solo per avere scritto una lettera. In questa autodifesa, scritta per i giudici, affiora tutto il suo spirito di sincera conversione riversato sui ragazzi di Barbiana, piccola comunità dove la ricchezza è basata sulla comunione di beni materiali e immateriali, come il sapere, la vita e l’uso della parola e dell’obbedienza, che in alcuni casi però si potrebbe tradurre in disobbedienza.

…normalmente un buon cristiano può passare anche l’intera vita senza mai essere costretto dalla coscienza a violare una legge dello Stato.
L’interrogativo appare d’obbligo, quindi Don Milani chiede al legislatore tolleranza. In conclusione, nel chiedere l’assoluzione egli sostiene, come avvertono gli scienziati, che le guerre del futuro non avranno nulla in comune con quelle precedenti, non esisteranno le guerre giuste né per la chiesa e neanche per la costituzione italiana, c’è in gioco la specie umana. Tutto lo zelo del sacerdote e dell’insegnante appare con forza e convinzione allorquando afferma che se non possiamo salvare l’umanità almeno salviamo l’anima, un’affermazione catartica in cui risiede tutto il suo profondo anelito e inno alla vita.

Lo scambio di corrispondenza epistolare con il difensore d’ufficio celebra la caratura di una coscienza che non potrà essere mai accantonata, specie nei momenti critici della vita. Egli, ispirandosi alla Rerum Novarum, non poté non battersi sull’uso pubblico dell’acqua, si pose una domanda alla quale prima o dopo bisognava dare una risposta: «Di chi è quell’acqua che sgorga nel prato del ricco abitato da poveri?» Non solo focalizza il problema dell’acqua ma anche quello della casa e del pane, lo sforzo dei poveri che lavorano da secoli, di generazione in generazione, per permettere ai ricchi di istruirsi e loro rimanere sempre servi, la cultura è solo pane per i ricchi ed è negazione per i poveri, egli scopre che per i poveri c’è “il libro dei boschi”, basato sulla concretezza che compensa e, a volte, supera la cultura dei benestanti. Certi principi è necessario che si portino avanti, scriveva ad Ettore Bernabei, per il bene dei poveri e senza che scorra sangue e se anche il sangue dovesse scorrere…almeno non scorra invano per loro. Dopo avere descritto le sofferenze dei montanari egli si spense e giace ancora lì, dove un campanile e quattro case formano un paesino, la comunità di Sant’Andrea a Barbiana, il paese che diede i natali alla sua pedagogia. Sia in vita che dopo, Don Milani e la sua scuola sono stati attaccati dagli ecclesiastici e dai laici, ma come padre Ernesto Balducci pochi hanno potuto capire quel personaggio irriducibile qual era, che rappresentava tutto e il suo contrario:

«Per mio conto,.dice Padre Balducci, pur riconoscendo che il mio temperamento opposto al suo mi preclude forse la comprensione di molti suoi aspetti, credo di rendere omaggio a don Milani mettendo in luce quello che, a mio parere, è stato il suo carisma nel contesto della Chiesa e della società del suo tempo. Non è un caso che don Milani, dopo essere stato nella Chiesa un “fuorilegge”, stia entrando così rapidamente nella storia spirituale del post-Concilio».

 

La scuola della disobbedienza
Don Lorenzo Milani
Chiarelettere, giugno 2015
Pagine 108
Brossura € 7,90