Vincenzo De Marco: versi per evadere

Riflessioni sulla vita, quella dura, lavorativa nelle fabbriche. Polveri, acciaio e voglia di evasione da questo mondo troppo pesante e a volte insostenibile. Quando la morte incombe e quando non c’è più niente da fare solo la scrittura può dare sollievo alla realtà. Così è stato per Vincenzo De Marco, nel suo Il Mostro, versi di rabbia e d’amore, pubblicato da Les Flâneurs Edizioni. Lo abbiamo incontrato.

Come è nata l’idea di scrivere questo libro?
L’idea è nata dopo la morte in fabbrica di un collega e dopo aver conosciuto le tristi storie di un bambino morto di tumore a Taranto e un allevatore a cui furono abbattuti tutti i suoi capi di bestiame. Naturalmente in difesa della vita e del nostro magnifico territorio.

Chi è il Mostro?
Il mostro è in realtà il siderurgica di Taranto… Colui che miete vittime dentro e fuori e colui che deturpa il nostro territorio da ben 62 anni.

Quando nasce la sua passione per la scrittura?
Nasce sin da bambino. Già all’età di 6/7 anni ricordo poesie scritte per i miei e brevi racconti.

Una frase del libro che la rappresenta di più?
«La poesia non farà mangiare ma sazia alla grande».

Uno scrittore a cui è legato?
Orwell, Pasolini, Merini… Ma la lista sarebbe davvero lunga.

Tre aggettivi per descriversi?
Burbero. Testardo. E il terzo … Lo scelga lei. Direi dolce