Le assaggiatrici – Rosella Postorino

Prima ancora di conoscere la storia, il lettore è attratto dalla copertina. È un’immagine di donna, raffinata, dalla pelle diafana e gli occhi velati di rassegnazione. Una grande farfalla stilizzata le impedisce di avere una visione nitida; onde morbide, alla sommità del capo, rimandano a una pettinatura tipica della prima metà del Novecento.

Le assaggiatrici, della calabrese Rosella Postorino, si rifà a un particolare della storia del Nazismo di cui l’immaginario collettivo sapeva poco o nulla. E qui sta la forza del romanzo, che si discosta dalle altre trame di genere, unitamente a un tipo di prosa evocativa ma erudita, che per taluni potrebbe risultare poco “corrente” e invece aderisce in maniera perfetta. Così come credibile è la minuziosa documentazione utilizzata da Rosella Postorino, nel difficile compito di descrivere un popolo che non è il suo.

Nel 2014 l’autrice rimase colpita da un trafiletto di giornale, in cui si narrava la storia di Margot Wölk, l’ultima assaggiatrice di Hitler ad essere ancora in vita. La donna, ultranovantenne, purtroppo morì subito dopo e Rosella Postorino non la potè intervistare. Una cosa, però, avrebbe potuto ancora fare: raccontare la sua storia, seppur romanzata.
Così, nel gennaio 2018 è uscito Le assaggiatrici. Un libro pubblicato da Feltrinelli in cui il lettore si trova al cospetto di dieci giovani donne tedesche, arruolate e pagate appositamente per assaggiare i piatti di Hitler. Nell’eventualità le pietanze fossero state avvelenate, sarebbero morte al posto suo e l’allarme sarebbe subito scattato.

«Il mio corpo aveva assorbito il cibo del Führer, il cibo del Führer mi circolava nel sangue. Hitler era salvo. Io avevo di nuovo fame».

La protagonista, Rosa Sauber detta la “berlinese”, è sposata con Gregor che, subito dopo il matrimonio, si arruola nell’esercito germanico. Siamo nel 1943 e la giovane donna, abbandonata Berlino per sfuggire ai bombardamenti, si rifugia in campagna dai suoceri, in quella stessa casa che aveva visto crescere il consorte. Gross-Partsch è un villaggio vicino alla “tana” dove Hitler ha occultato il suo quartier generale. Un luogo impenetrabile, in mezzo a un bosco fitto, ampiamente sorvegliato eppure invisibile, anche se sorvolato dall’alto con gli elicotteri. Ed è qui che Rosa, insieme ad altre nove ragazze, viene scelta per essere una delle assaggiatrici nella caserma di Krausendorf, o meglio, viene obbligata a farlo, perché alle SS non c’era alcun modo di replicare. I piatti preparati dal cuoco Krümel (Briciola), vengono proposti loro tre volte al giorno. Così come d’obbligo è quell’ora di fermo in cui le donne rimangono in osservazione, per scongiurare ogni principio di avvelenamento. Fra di esse, che all’inizio si vivono con diffidenza, subentra un naturale rapporto di amicizia, supportato da quella solidarietà che accomuna le donne nei momenti difficili.
Rosa si rende conto che l’essere umano è disposto ad andare di gran lunga oltre i suoi principi, a scapito della dignità, pur di avere salva la vita. D’un tratto si smette di vivere e si sopravvive, semplicemente. Hitler altri non diventa che un disgustoso tubo digerente, che mangia e si svuota, come ogni altro uomo messo sulla terra.

«Perché da tempo, mi trovavo in posti in cui non volevo stare, e accondiscendevo, e non mi ribellavo, e continuavo a sopravvivere ogni volta che qualcuno mi veniva portato via? La capacità di adattamento è la maggiore risorsa degli esseri umani, ma più mi adattavo e meno mi sentivo umana».

Di Gregor non si hanno presto più notizie. Ed è allora che subentra la figura del tenente Ziegler (soldato delle SS), mentre Rosa riesce a sentirsi viva solo attraverso questo amore, per quanto sbagliato e perverso, ma necessario in tempo di guerra. In un’epoca in cui gli uomini sono al fronte e le donne sono sole a casa, coi figli piccoli, si intrecciano le sventure delle altre nove assaggiatrici, amiche di Rosa, mai veramente complici, perché ci sono verità indicibili che non si vorrebbero ammettere nemmeno con se stessi. Bellissimo il finale, colmo di nostalgia ma ineluttabile, a mio parere. Perché non è vero che le vicissitudini si superano. I traumi cambiano le persone e, dopo aver toccato con mano la morte, nessuno può più ritornare ad essere lo stesso di prima.
Le assaggiatrici è un romanzo che ho amato e che consiglio. Sentire raccontare Rosa, dopo anni trascorsi dalla vicenda, affascina. Ci si rende conto di quanto labile possa essere il confine fra attore e spettatore. Fra vittima e carnefice o, più semplicemente, fra colpevole e complice.

 

Le assaggiatrici
Rosella Postorino
Feltrinelli, gennaio 2018
Pagine: 288
Prezzo: € 17,00

 

 

Cristina Biolcati

Cristina Biolcati

articolista, scrittrice e poetessa