La criminalità «servente» nel caso Moro: intervista a Simona Zecchi

Pochi giorni fa si è celebrato l’anniversario della morte di Aldo Moro, in quest’occasione abbiamo voluto parlare con Simona Zecchi, che a proposito di lui ha pubblicato La criminalità servente nel caso Moro (La Nave di Teseo, pag 294, Prezzo € 19,00) , libro che presenterà la prima volta a Roma giovedì 22 marzo dalle ore 17:00 presso l’Archivio di Stato con gli interventi del giornalista di report Giorgio Mottola, l’ex magistrato Vincenzo Macrì e la direttrice dell’Archivio Flamigni Ilaria Moroni.

Come nasce l’idea di scrivere questo libro?
In realtà il mio interesse e la mia attenzione di tipo giornalistico riguardo il Caso Moro sono nati inconsapevolmente mano mano che stavo occupandomi di Pier Paolo Pasolini (inchiesta questa che culminerà nel libro Pasolini Massacro di un Poeta, Ponte alle Grazie 2015). Molti gli elementi di connessione tra il 1975 e il 1978 infatti sebbene siano stati 3 anni nei quali velocemente l’Italia stava cambiando pelle. Il periodo più intenso passato da me a occuparmi del caso però è cominciato nel 2014 nel momento in cui è stata istituita la Commissione Moro II. Fra il 2016 e il 2017 ho poi svolto un lavoro specifico breve di inchiesta riguardante la presenza di personaggi della ‘ndrangheta sul luogo della strage di Via Mario Fani: di uno dei due, Antonio Nirta detto “due nasi”, della componente detta la Maggiore della ‘ndrangheta classe 1946, ho chiarito la questione della età che lo vedeva accomunato a un suo omonimo, lo zio, di molto più anziano del “Due nasi”. Per questa omonimia consapevolmente o meno per anni sin dal 1993, quando per la prima volta uscì la questione ‘ndrangheta – in realtà sempre stata presente anche con la vicenda delle trattative sotterranee per la  liberazione di Aldo Moro tra esponenti DC e membri della criminalità organizzata – si argomentava che era di per sé falsa quella presenza fra Via Stresa e Via Fani nel momento dell’agguato perché il Nirta in questione aveva al tempo già 60 anni cosa che non combaciava con i ritratti delle foto emerse. Dopo aver chiarito il caso di omonimia ho scoperto la esistenza di alcune foto sempre di Via fani scattate pochi minuti sopo l’eccidio e ho fatto un raffronto fra le poche foto esistenti di un altro attiguo alla ‘ndrangheta tale Giustino de Vuono, la cui presenza è stata anche indagata dalla Commissione Moro. Una inchiesta svolta anche su altri aspetti riguardanti De Vuono che la Commissione ha acquisito per approfondirli. Da quel momento ho seguito questo filone scoprendo cose che vanno al di là di una mera presenza sul luogo dell’agguato quel 16 marzo 1978. Ora sono raccolte tutte nel mio nuovo libro inchiesta.

Cos’è la criminalità servente?
Il ruolo della criminalità organizzata tutta è servita per i giochi di destabilizzazione effettuati in questo Paese prima e successivamente al Caso Moro di cui le seconde BR (non le prime) quelle nate fra il 1975 e il 1976 sono state  anche, tra gli altri, strumento. La criminalità e in particolare la ‘ndrangheta che del Caso Moro tutto e non solo è stata la costante, è appunto servita a tali scopi ed è stata anche servita. Un do ut des che è divenuto un patto vero e proprio, come spiego, sin dal 1969/70. Ho poi voluto utilizzare un termine “nuovo” piuttosto utilizzato per accezioni giudiziarie o giuridiche che letterarie o saggistiche perché penso che chi scrive e chi fa inchiesta debba anche porsi il problema di come far arrivare anche con termini nuovi e azzardati  le cose al pubblico. Azzardate perché non sempre legate ai soliti termini: “misteri” “giallo” ecc. che servono poco o nulla a spiegare come sono andate le cose e che servono al contrario soltanto ad andare a ingrassare gli argomenti di chi non fa che accusare continuamente chi indaga questi fatti di dietrologia e complottismo. Servono parole nuove.

Una frase del libro che lo racchiude?
La frase di Pier Paolo Pasolini posta all’inizio del libro nella premessa.

Tre aggettivi per descriversi?
Non riesco a descrivere me stessa in tre aggettivi. Posso forse solo riferirimi a quello che sono il mio impegno e il mio lavoro che sono anche la mia vita: giornalista d’inchiesta, umile lettrice, autrice.

Il suo è uno stile semplice che colpisce subito, chi è il suo maestro?
Il mio stile, che ha tutto un suo percorso non ha maestri. È un qualcosa che si affina nel tempo e che ancora devo affinare. Il lavoro in sé il metodo di inchiesta che utilizzo è figlio di tanto studio e tentativi ma se devo indicare alcuni dei maestri in questo senso posso sicuramente far riferimento a Paolo Cucchiarelli giornalista parlamentare e brillante autore investigativo con cui anche nel corso di questi anni ho scambiato pareri e studiate le sue esperienze, poi Sandro Provvisionato da poco purtroppo scomparso, e prematuramente, che ha insegnato a tutti i colleghi l’essenza del giornalismo investigativo e altri non di minore importanza. Giornalismo è studio perseveranza cocciutaggine ed è anche imparare da altri creando però metodo e stile propri. Siamo tutti differenti.

Uno scrittore a cui è più legata?
Pier Paolo Pasolini ovviamente. Nel libro vi si troveranno due solo due importanti riferimenti a lui legati. Uno dei quali è importante per il tipo di inchiesta in sé.

 

*Photo credits: Marco Zelano

 

Claudia Crocchianti

Claudia Crocchianti

Giornalista pubblicista e scrittrice