Io sono la bestia – Andrea Donaera

Io sono la bestia (NN Editore, settembre 2019) è il primo romanzo del salentino Andrea Donaera, nato a Maglie nel 1989 e cresciuto a Gallipoli, ma da alcuni anni residente a Bologna. Un autore che ha esordito nel campo della poesia e che ha un gruppo metal, per cui avverte forte il connubio fra scrittura e musica.

Quello che colpisce in queste pagine è il modo di esprimersi dei personaggi. Una comunicazione scarna ma “potente”, che segue il flusso dei loro pensieri e scava nell’animo del lettore. Quasi le parole fossero una pietanza da assaporare piano piano, che alla fine si assimila persino troppo, tanto da diventare preferita e creare dipendenza. Una prosa presa in prestito dalla poesia e dalle canzoni; dal dialetto e dai modi di dire. Un esperimento che mescola il tutto, appunto come fosse una ricetta di cucina, perfettamente riuscita. 

La trama risulta talmente “naturale”, da dare l’impressione che i personaggi siano vivi. Trepidiamo per la loro sorte, perché essi fanno in modo di farci affezionare. Ma le tematiche trattate sono talmente drammatiche che ogni singola parola pesa, sul nostro cuore di lettori, come un macigno. E nel profondo, avvertiamo lo sconquasso.

È il 1994, lo stesso anno del suicidio di Kurt Cobain, con un colpo di fucile alla testa. Domenico Trevi detto Mimì sta impazzendo. Il figlio Michele, di soli quindici anni, si è gettato dal balcone del settimo piano, dove loro abitano a Gallipoli, e giace dentro una bara composta in soggiorno per la veglia. Mentre la vita scorre tutto intorno, lui ha la certezza che niente sarà come prima. Mimì è un capoclan della Sacra Corona Unita, un’associazione di stampo mafioso che all’epoca ha avuto grande potere in Puglia. Al confronto, la vita delle persone comuni appare scontata e davvero poco preziosa. 

Michele muore lanciandosi dal balcone, come nel 1996 aveva fatto una poetessa cara all’autore e vissuta a Roma, Amelia Rosselli. Quest’ultima è legata in maniera indissolubile alla memoria di  Sylvia Plath, che amò e tradusse, uccisasi a sua volta nel 1963 a trent’anni appena. Tutto questo per dire che nel romanzo di Andrea Donaera il suicidio è un simbolo, tenuto in grande considerazione, ai fini di raccontare una storia “estrema”, attraverso le dicerie di paese che si tramandano in Salento. Michele Trevi, però, non era come suo padre. Lui scriveva poesie ed era innamorato della coetanea Nicole. A tal proposito è presente un “quaderno”, dove sono raccolte venti poesie addebitate al ragazzino, che si può scaricare tramite un codice. Tali poesie si possono leggere in aggiunta alla storia, quasi se Michele fosse davvero vissuto e non fosse invece un personaggio di fantasia creato dall’autore.

Per la morte del figlio, Mimì incolpa la stessa Nicole, “rea” di averlo deriso quando Michele è andato ad omaggiarla, appunto, con queste liriche a lei dedicate.

In realtà, lo scenario di degrado, paura e passioni malamente riposte, allargano la prospettiva e illuminano una realtà molto più complessa. Mimì è però risoluto. Non sente ragioni e fa imprigionare Nicole in un casolare di campagna dove, a sorvegliare i prigionieri che sovente vengono portati lì per essere uccisi, c’è il guardiano Veli. Questo Veli ama Arianna, la figlia maggiore di Mimì, e per punizione è stato relegato in una sorta di limbo a “decantare”, che nemmeno la sua sembra più vita. 

C’è un sistema criminale che sovrasta, invade il quotidiano e s’annida ovunque. Cosicché  patire il terrore sembra a tutti naturale. Il linguaggio di Mimì, colui che vuole vendetta, si rivela nel contesto incisivo e singolare.

Utilizza molto il dialetto, Mimì. Frasi  e parole che continuano a diffondere la loro eco all’infinito nella testa, fino a fargli perdere il senno. Il suo estremo rispetto per i morti (non può dirsi altrettanto per i vivi) è ciò che lo mantiene sul filo del rasoio. Una bestia che più di così non si può, eppure per certi versi non del tutto cattiva, se si arriva a comprenderne le ragioni.

E poi ci sono i modi di esprimersi di Veli e di Arianna, che sono invece più “puliti”, e insieme a Mimì costituiscono un aggregato interessante. In Nicole, Veli rivede proprio Arianna, la donna che non può avere. E fra i due nasce uno strano rapporto, come capita fra gli animali che si sentono braccati e in pericolo, ma che in fondo si riconoscono simili. 

Io sono la bestia è un romanzo duro, dove la vita è sempre a pieno contatto con la morte e ne diventa la parte riflessa in uno specchio. Un’opera consigliata, di cui forse la miglior descrizione è scritta fra le pagine stesse. 

«Questo libro è per chi vorrebbe entrare in un libro, così da fermarsi in quelle pagine di mondo, per chi adora fare colazione con giornali, caffè e pasticciotti, per chi ha fatto di una scopa una chitarra cantando Come as you are dei Nirvana, e per chi ricorda la prima volta che ha provato paura per qualcun altro, la scossa profondissima che gli ha tolto le parole e squarciato il cuore.»

Io sono la bestia
Andrea Donaera
NN, settembre 2019
Pagine: 226
Prezzo: € 16,00

Cristina Biolcati

Cristina Biolcati

articolista, scrittrice e poetessa