La linea del colore – Igiaba Scego

Niente mi ha reso davvero libera come viaggiare. Sono nata dentro quel piroscafo che mi portava a Liverpool, in Europa. Nata a diciannove anni. Solcando quel mare dove la mia gente, la gente nera, ha sofferto l’inferno. Ed è superando l’inferno che sono rinata. Ora sto di nuovo partendo. Da questa grigia Inghilterra a quell’Italia che bramo tanto. […] Sto andando a conoscere la terra in cui finalmente potrò essere me stessa.

Così scriveva Lafanu Browne in una lettera alla sua istitutrice Lizzie Manson, e in queste righe sono racchiusi i temi portanti del nuovo romanzo della scrittrice Igiaba Scego, pubblicato da Bompiani. 

Un libro difficilmente categorizzabile, da un lato romanzo storico, dall’altro romanzo di formazione, ma anche testo di denuncia di temi come il colonialismo e il razzismo. Un caleidoscopio che l’autrice ha sapientemente dosato bilanciando la narrazione su più piani temporali, affiancando al racconto principale che narra le vicende di Lafanu Browne, una delle prime donne nere ad arrivare nella Roma di fine Ottocento, il racconto dei nuovi migranti, come Binti che tenta il viaggio dalla Somalia ma che rimarrà profondamente ferita, nel corpo e nell’animo, dalla brutalità di trafficanti senza scrupoli.

Nel disegnare il personaggio principale del romanzo, Lafanu Browne, Igiaba Scego si è ispirata a due donne realmente esistite, la scultrice Edmonia Lewis e l’ostetrica e attivista Sarah Parker Remond, giunte in Italia dagli Stati Uniti al tempo della guerra civile che contrapponeva gli abolizionisti ai più biechi conservatori. Incontriamo Lafanu per le strade di una Roma sconvolta dalla notizia dell’uccisione di cinquecento soldati italiani per mano delle truppe etiopi che ne contrastavano l’avanzata colonizzatrice. Sulla donna, americana di pelle nera, si riversa la rabbia dei romani che vedono in lei il simbolo di quell’Africa che ha colpito a morte le truppe italiane. Viene salvata da un uomo al quale Lafanu decide di raccontare, attraverso lunghe lettere, la sua storia. Dalla nascita in una tribù indiana Chippewa alla possibilità di studiare offertale dalla sua mentore, Lizzie Manson che le permetterà di coltivare la sua passione per la pittura e le consentirà di arrivare in Italia, terra d’arte per eccellenza. Il racconto di Lafanu si nutre del ricordo di tutte le violenze subite, i maltrattamenti, gli abusi, le botte.

Tutto aveva origini dalle sue notti inquiete. Quelle in cui non riusciva a respirare. […] E ogni volta sentiva il peso di mille corpi sopra il proprio. Soffocava. […] Ma loro, quelle ombre maledette, erano lì, con le mani intorno alla sua gola, pronte a schiacciarle il volto sul pavimento.

Tutto il dolore che si era accumulato fra le membra della sua giovane vita, Lafanu lo trasforma disegnando, dedicandosi anima e corpo alla pittura che diventa la sua unica ragione di vita.
Parallelamente al racconto delle vicende di Lafanu, nell’America segregazionista e schiavista di fine Ottocento e poi nella Roma in procinto di divenire capitale dell’Italia appena unificata, si snoda il racconto al tempo presente di Leila, e della cugina Binti. In queste sezioni, intitolate Incroci le tematiche affrontate sono sempre legate al razzismo e alla violenza, ma contestualizzate nell’attualità. Quell’oggi in cui la libertà di viaggio e di spostamento appartiene solo a chi ha un passaporto forte e viene negata a chi invece nasce a latitudini sbagliate. 

Era vero. Il diritto al viaggio e alla mobilità era solo per gente che aveva un passaporto forte e poteva oltrepassare le frontiere. Per gli altri il viaggio era solo morte, sciagura, frontiere che diventano muri.

È questo il viaggio che vive Binti, la giovane cugina di Leila, e come lei migliaia di altri disperati che ogni giorno affrontano l’inferno mettendosi nelle dannate mani dei trafficanti.

Le due storie scorrono parallele e si intrecciano nelle trame di un vissuto simile, fatto di violenze, soprusi, umiliazioni. Due narrazioni in cui le figure femminili predominano la scena, con i loro corpi che si fanno madri, sorelle, amanti, vittime. 

Un romanzo complesso sia per la struttura narrativa sia per i temi e i tempi trattati. Un libro che mette la coscienza del lettore di fronte alla codardia del razzismo, alla vigliaccheria dei soprusi e delle violenze perpetrare in nome di una superiorità razziale che non trova fondamento alcuno. Temi di una scottante attualità a livello planetario, dove i rigurgiti razzisti si moltiplicano in maniera spaventosa.

«Se lo vuoi sapere io mi sento semplicemente me. Il resto – italiana, nigeriana, ghanese, fiorentina … sono solo etichette che servono agli altri. Io sono un fiume che scorre. E a me basta. Se non basta agli altri cazzi loro» sono le dure ma realistiche parole pronunciate da Uarda, un’altra protagonista femminile del romanzo. Parole che diventano un manifesto per la negazione delle differenze e un inno all’uguaglianza.

Come ci spiega l’autrice nel Making of finale:

Il libro conclude una ideale trilogia, un percorso che è iniziato con il romanzo Oltre Babilonia nel 2008 e proseguito con Adua nel 2016. Nella mia testa la chiamo la trilogia della violenza coloniale. Ho voluto indagare cosa succede alle persone quando una violenza che non è solo sessuale, ma anche sistemica, attraversa i loro corpi. […] Una violenza patriarcale e coloniale.

La Linea del colore
Igiaba Scego
Bompiani 2020
Pagine: 384
Prezzo: € 19,00