Generazione perduta – Vera Brittain

Il titolo originale con cui venne pubblicato nel 1933 è Testament of youth, questo classico della Letteratura inglese del Novecento, scritto dalla giornalista e intellettuale pacifista, nonché attiva nelle battaglie per i diritti del gentil sesso Vera Brittain (1893-1970). La scrittrice, tra le prime donne ad essere ammesse ad Oxford, narra la storia dei travagliati anni della sua giovinezza, quando si affacciava al mondo appena ventenne con la precisa intenzione di cambiarlo, che sventuratamente coincidono anche con quelli del primo conflitto mondiale: una guerra cruenta che ha rubato la giovinezza ai giovani di quella generazione.
L’opera che ai tempi entusiasmò Virginia Woolf, tanto da indurla ad affermare:

Sono stata sveglia l’intera notte per leggerlo,

è stata ripresa dalla casa editrice Giunti, che, nel giugno 2015, ne ha dato alle stampe una nuova edizione nella collana Narrativa non fiction, con la traduzione di Marianna D’Ezio.
Reso popolare dallo scrittore statunitense Hernest Hemingway nel romanzo Fiesta, il termine “Lost Generation” indica un gruppo che raggiunse la maggiore età durante la prima guerra mondiale. In quel volume Hemingway attribuisce la frase alla poetessa statunitense Gertrude Stein, che allora era sua mentore e mecenate.
La copertina – l’abbraccio di una giovane coppia, i cui volti esprimono passione – è tratta dal film uscito in Inghilterra, che forse avremo presto l’occasione di vedere anche noi, qui in Italia.

Il libro è composto da 640 pagine, quindi un’opera corposa, poiché l’autrice – e nel corso della storia lo
ribadisce più volte – ha voluto narrare quegli anni che vanno dal 1914 al 1925, circa, con accuratezza e senza alcuna fretta. Si è presa tutto il tempo per scandagliare quel periodo fatto di studi, di rapporti con le amiche, di famiglia, fino all’arrivo del primo amore. E infine, ecco la guerra, giungere come un fulmine a ciel sereno a rovinare tutto. Sì, perché il primo vero e proprio conflitto di portata mondiale, che ebbe un impatto devastante, venne percepito dalla giovane ragazza come una scomoda interruzione alle proprie attività.

Quando scoppiò, la Grande Guerra non entrò nella mia vita come una tragedia di proporzioni straordinarie, ma piuttosto come un’esasperante interruzione dei miei progetti personali. Per spiegare la ragione di questa visione egoistica del più grande disastro della storia è necessario tornare indietro nel tempo, anche se solo per un momento, fino ai decadenti anni novanta del XIX secolo, il periodo durante il quale aprii gli occhi su un futuro che non sembrava troppo promettente.

Proprio lei che si proponeva di cambiare il mondo e che non intendeva divenire solo sposa o madre amorevole, avverte che la distruzione che sta avvenendo non è solo materiale, ma anche psicologica. E per la donna, all’epoca per nulla incentivata a coltivare gli studi, si apre una nuova occasione per uscire di casa: divenire infermiera. Lasciata Oxford, Vera serve la patria come infermiera volontaria: prima a Londra, poi a Malta e in Francia. In questo scenario di morte, sarà tutto un crescendo di notizie nefaste e di lutti da elaborare, che vedranno morire in sequenza il fidanzato, gli amici, e infine l’amato fratello, sepolto sull’altopiano di Asiago, dove la scrittrice ha fatto cospargere le sue ceneri.

A lei, Vera Brittain, tocca l’amaro compito di sopravvivere e, a poco a poco, cercare di tornare alla normalità. Naturalmente, solo una volta terminata la guerra e aver conosciuto un nuovo amore col quale sperare nel domani.

La prosa della Brittain è pulita: la punteggiatura è essenziale, e viene dato maggior risalto alle descrizioni, rispetto ai dialoghi. Come del resto è tipico di una versione narrativa ottocentesca, o comunque, appartenente ad un secolo trascorso. Ragion per cui, la lunghezza del romanzo non inficia la lettura.
Personalmente, preferisco quelle storie in cui a narrare di crudeltà e miserie è proprio chi quotidianamente mangia pane e polvere – la protagonista appartiene invece alla media borghesia inglese. Ma questa è solo una questione di gusti, rispetto all’empatia che un testo può o meno suscitare.
Sul fatto che, nel suo genere, sia invece un capolavoro non ci sono dubbi.
Consiglio la lettura di questo romanzo a chi ama la storia, e solitamente preferisce sentir narrare i fatti da chi li ha vissuti e non soltanto elaborati. Il connubio fra biografia e romanzo storico si addice solo a chi è bene ancorato alla realtà e non ama fare troppi voli con la fantasia.
Una donna che ha molto sofferto ha raccolto in Generazione perduta le sue memorie: l’ideale testamento in grado di “spiegare una generazione alla successiva”.
Un tributo ai giovani che in quella guerra hanno perso la vita, ma anche al coraggio di portare avanti le proprie idee, col solo aiuto di una penna.

 

Generazione perduta
Vera Brittain
Giunti, 2015
Pagine 640
Prezzo di copertina  € 16,00

Cristina Biolcati

Cristina Biolcati

articolista, scrittrice e poetessa